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Etnia: Un gruppo etnico o etnia è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione o anche caratteristiche fisiche dovute all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive. Gurkee’s International
“A piedi nudi è meglio!” La storia di Gurkee’s.
Labor Day 1984. John comprò un paio di sandali in corda durante un viaggio a nord del New Messico da alcuni hippies che vivevano in uno scuola-bus. Egli li indossò ogni giorno, tal volta anche quando c’era la neve per terra. In fine nel 1991, sette anni dopo, i sandali in corda si consumarono del tutto.
John era sicuro che non avrebbe mai più trovato quegli hippies da cui aveva comprato i sandali in corda, ma era sicuro del fatto che quei sandali avrebbero continuato ad esistere e fu cosi che durante le sue ricerche trovò Gurkee’s!
La storia di Gurkee’s è estremamente simile a quella di John. I sandali in corda Gurkee’s furono disegnati seguendo un modello realizzato ed usato da una comunità di hippies del Misuri e sono tutt’oggi eseguiti a mano in Messico.
Rimarrete molto colpiti dai vostri sandali in corda Gurkee’s: vi sembrerà di camminare su un tappeto!
I sandali in corda Gurkee’s sono durevoli, leggeri, lavabili in lavatrice, galleggianti e resistenti all’acqua di mare cosi come a quella arricchita di cloro. Queste caratteristiche ne fanno un’eccellente scarpa per tutti coloro che amano vivere il mare, dai velisti ai subacquei, da chi ama andare in spiaggia e sentirsi in piena libertà o da chi possiede una barca.
100. GDS - CELEBRATE THE FUTURE dal 18 al 21 settembre 2005 Le tendenze per la stagione primavera / estate 2006 I colori forti, molto dominanti della scorsa stagione estiva sono ora sostituiti da una gamma di colori più tenue e tranquilla. Il nero, da tempo dichiarato morto, riacquista importanza. Le decorazioni non prevedono degli effetti appariscenti, ma si presentano in un look naturale ed autentico. Dettagli in stile indiano, asiatico ed africano entrano nella moda con il termine 'etnolook' Con la nuova naturalezza sono di tendenze tutte le calzature comode, come ciabatte con plantare con le fasce completamente nuove e piene di creatività. Le espadrillas e le loro sorelle più eleganti, le campesinas, provviste di tacco a zeppa e lacci intorno alle caviglie portano subito aria di vacanza. Il tema del vecchio west continua a vivere anche in estate, mettendosi in una nuova Luce con leggeri sabot in stile western. Il mocassino resta sempre il completamento di un outfit classi sportivo ed il british understatement mette in gioco i loafer, con un profilo più corto ed arrotondato, spacco penny e fibbie.
La GDS - The Premier Shoe Event - presenta a Düsseldorf per la stagione estiva 2006 quattro nuovi temi della moda:
Around the world - English Garden - Mother Nature - 70's Lounge Around the world Donne Qui si porteranno le ispirazioni provenienti da tutti i paesi. Africa, India, Giappone ed il continente americano saranno il palcoscenico per le decorazioni più fantasiose, le combinazioni dei colori più belli e le fantasie più impressionanti. La gamma dei toni del marrone, rosso ed arancio determineranno questa tendenza. Protagonisti saranno i materiali naturali e perle, ricami, turchesi, legno e pietre preziose che conferiranno un tocco giocoso alla moda delle calzature. Il corallo con le sue infinite nuance porterà suspense. Spesso le ciabatte, i sandali ed i mocassini saranno generosamente decorati. Ma si rinuncerà a tinte troppo forti ed artificiali; nel contesto il look resterà sempre naturale. Le suole in sughero o corda saranno un tema importante per molte collezioni. Il mocassino semplice sarà un accessorio perfetto per il nuovo look safari e potranno essere combinati con un outfit più semplice con giacche corte e pantaloni cargo. Le ballerina, piccole, da ragazza, resteranno attuali e completeranno uno stile colorato con larghe gonne con le punte oppure strette gonne a portafoglio. Plateau, tacchi con zeppa oppure tacchi con forme piene di brio troveranno la loro giusta collocazione.
Uomini La moda di questo tema di tendenza è leggera e comoda. Ciabatte e slipper impongono la loro presenza. Loafer semplici arrivano su un 'piede superleggero e silenzioso', diventando un accessorio al quale non si può rinunciare per avere un look casual, con leggere giacche in stile safari, camice rustici, in cotone e lino, giacche in pelle e - ancora - jeans. Si impongono colori come marrone e beige, ma anche giallo cachi in tutte le sue tonalità. Tocchi di colori, come mango, limone o turchese portano movimento nella moda. Pelle liscia e soft, profili comodi ed arrotondati per un piacevole comfort e per sottolineare un'ottica leggera e rilassante. Insieme a freschi bermuda si portano scarpe in lino oppure i leggendari chuck. Per le suole si preferiscono pelle sottile oppure gomma, ma anche PUR, materiali leggeri e flessibili, che per i modelli un po' più robusti vengono spesso profilati.
English Garden Donne Leggerezza e freschezza determinano il tema della moda estiva, che si propone con un look romantico, da ragazza e crea in modo giocoso ottiche sempre nuove. Stampe floreali delicati, in colori pastello, ricami e pizzi ricordano ai tempi passati. Delicati ballerini con tenue fantasia, applicazioni di fiori o combinazioni di materiali, pieni di fantasia, completano questo tema, portando romanticismo e poesia. Le suole sono leggerissime e quasi impercettibili. Sandali e decolleté arrotondati arrivano su piccoli tacchi sinuosi. Grazie a fantasie traforate, fiocchetti, fibbie laterali ed inserti in tessuto, delicati cinturini e lacci, la scarpa attira tutti gli sguardi - ma sempre 'strizzando l'occhio con ironia'. La gamma dei colori è molto delicata. I colori pastello determinano la situazione, ma rispetto alla stagione estiva passata, sono un po'più pallidi, meno cremosi e meno sdolcinati.
Uomini Il british understatement detta le regole di questo tema. Il look sportivo ed elegante del college wear o clubwear inglese, viene completato da una quantità di varianti di loafer. Questi modelli sono classici, ma hanno sempre un leggero tocco sportivo. Vengono impiegate le pelli lisce e lucide, ma anche nubuk e velour, soft e opachi. I loafer con fibbia, con la loro ottica giocosa e particolare sono perfetti, se combinati con pantaloni stretti e magliette polo. I profili delle scarpe sono lunghi ed estesi, dominano le forme arrotondate. Impunture e trafori conferiscono in modo molto delicato un look individuale. Derby leggeri, senza tempo in pelle liscia oppure stampata completano questo tema. I sandali, che grazie a cinturini larghi ed intrecciati fanno vedere poco piede, sono perfetti per un look degli anni 50, con magliette a fantasia a rombi o righe e pantaloni di cotone. Per i colori sono protagonisti, oltre alla gamma dei marroni e beige, il blu marine ed un rosso intenso, come pure diverse combinazioni di colori, che ricordano lo sport.
Mother Nature Donne Un look semplice ed autentico è il centro di questa tendenza. Le fibre naturali, che sembrano quasi completamente non trattate, con le loro fantasie particolari, sono i protagonisti dell'abbigliamento, e lo stesso ruolo per quanto riguarda le calzature viene ricoperto da pelli grossolane, venate, conciate al vegetale con un finish opaco, ingrassaggio eppure delle stampe leggere. Ballerine piatte con cinturini sopra il collo del piede, sandali e ciabatte con larghe fasce di pelle e sandali con plantare anatomico e suola in sughero completano questo tema della moda, che grazie alle forme a portafoglio, alle tuniche, alle gonne a forma di tulipano o mongolfiera, creerà un abbigliamento sempre nuovo, pieno di fantasia. Le decorazioni con perle di legno, minerali, corno o madreperla sottolineano il look originario di questi modelli. Grazie a profili sottili, leggermente arrotondati, questi modelli non appariranno mai pesanti e si evidenzieranno chiaramente e consapevolmente dalle 'scarpe ecologica fino ad oggi conosciute. Al centro dell'attenzione ci saranno tutti i colori naturali intorno al rosso, arancio, verde, blu e marrone, che saranno combinati in molte tonalità oppure in contrasto.
Uomini La sensazione del benessere attraversa questo tema della moda come un filo rosso, e spesso la buona e vecchia ciabatta con il plantare torna alla ribalta - ma in una versione completamente nuova. Quando l'abbigliamento crea un look 'terra', con tessuti naturali e opachi, sarà la scarpa con la sua ottica naturale a completare questa immagine della moda. Si impongono sandali e ciabatte in pelli forti, conciate al vegetale, con una suoletta 'zero' e un plantare largo. Per i materiali domina un look che appare non trattato e perfettamente originario, nel complesso l'aspetto si presenta semplice e un po' sotto tono, i colori trendy sono tutte le tonalità del marrone, grigio, blu tenue e verde. Dettagli speciali creano effetti colorati interessati. Fibbie, intrecci, impunture grossolane, che sembrano fatte a mano conferiscono accenti rustici. Le varianti discrete degli sneaker con uno stile sportivo un po' smorzato, vengono combinate con denim e pesanti pantaloni di cotone.
70's Lounge Donne Il look classico e semplice della città, con gonne e vestiti fino al ginocchio, giacche corte ed una silhouette con contorni evidenziati, dettano le regole, ma non possono fare a meno anche di dettagli giocosi. Un look corretto e severo diventa, grazia ad una fantasia grafica e le decorazioni, estremamente sexy. Decolleté e mules con taglio deciso sono l'abbinamento perfetto di questo stile, conferendo ai tessuti fantasiosi, spesso decorati con elementi grafici oppure intagliati, una certa leggerezza. Qui i contrasti sono molto importanti. I colori scuri, dal nero al marrone fino al verde, vengono completati con tinte forti, come il rosso, turchese ed arancio. Pelle metallizzata dà il desiderato effetto glamour. Dettagli decorativi, colorati e plastificati hanno un charme quasi infantile e tolgono alla scarpa il suo aspetto severo. I look del business bianco/nero viene completato con loafer semplici e raffinati.
Uomini Ritorna lo stile classico, mostrando una faccia nuova. Questo tema della moda viene determinato da un look più pulito, più cool, ponendo al centro dell'attenzione una silhouette con contorni chiari. Un cotone leggero ma allo stesso tempo anche robusto domina l'abbigliamento, e viene completato con stile con seta e diverse qualità di tessuto a fibre miste. La scarpa classica, con l'allacciatura perfetta è l'accessorio ideale per questo look mascolino ma al contempo anche elegante. La pelle lucida preferisce il nero, oxblood oppure un marrone scuro, mettendo nella giusta luce modelli oxford, brogues e derby. Ma anche i modelli norvegesi con il loro discreto aspetto sportivo si inseriscono molto bene in questo quadro. Monks, con una o due fibbie, appaiono classici ma anche individuali. Le decorazioni, come lyra, impunture oppure bordi a zigzag sono molto discrete. Un leggero carrè domina le forme, ma anche le varianti arrotondate trovano impiego.
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Modemedia PR & Events Messeplatz / Stockümer Kirchstrasse 61, D-40474 Düsseldorf Martina Kuchenbecker Tel: 49.211.4396.484 - Fax: 49.211.4396.373 E-mail:kuchenbecker@modemedia.de E-mail:info@messe-duesseldorf.de
COSTUMI e TRUCCO
La spettacolarità di una rappresentazione kabuki dipende in larga misura dalla magnificenza dei costumi, anche se non tutti i testi sono messi in scena con splendide vesti: ad esempio nei drammi sewamono e kizewamono gli attori indossano comuni abiti portati nella realtà dagli uomini e dalle donne vissuti nel periodo storico rappresentato. Con l'abbigliamento assumono una significativa importanza anche le parrucche, il trucco, le armi e i diversi oggetti scenici usati dagli attori, spesso, come il ventaglio, deputati a connotare una variegata quantità di usi che ad esso sono strettamente correlati. Poichè il kabuki, anche nelle più libere e fantastiche messe in scena, ambisce ad essere una parte fondamentale della storia della cultura giapponese. 1.1 COSTUMI MASCHILI PER I DRAMMI JIDAIMONO
I costumi (ishô) del teatro kabuki sono il risultato della combinazione di stoffe di diversi colori, anche discordanti, che il costumista avvicina per ottenere effetti di incredibile bellezza, sfumature delicate ed eleganti accostamenti. Alcuni modelli sono ricchi di colori, altri affascinano per la severa semplicità.
Per la descrizione dettagliata dei costumi kabuki è essenziale la conoscenza dei quattro costumi base: kimono, abiti degli onnagata, hakama e costumi maschili, che ne costituiscono gli elementi fondamentali, sia nelle trasformazioni più elaborate che nei modelli più semplici.
Il kimono femminile rappresenta probabilmente la connotazioe per eccellenza degli usi e del modo di vita giapponese la sua fattura e i suoi colori, infatti, forniscono informazioni sull'età, sullo stato anagrafico, sulle stagioni dell'anno, sulle scelte di vita, sul rango sociale. Il kimono base è semplice e di taglio squadrato, ma le versioni dei colori delle stoffe e dei modelli sono praticamente infinite. La caratteristica principale del kimono indossato dalle donne nubili e dalle giovani spose è il furisode, larga manica pendente, che viene sensibilmente accorciata dopo la nascita di un figlio; con il procedere dell'età si passa dai colori brillanti, tra i quali predomina il rosso, a tinte sempre meno vivide che tendono a toni di grigio scuro, marrone~rossiccio~giallastro e di beige per le donne più anziane. Il kimono è indossato con la parte sinistra sovrapposta alla destra (nel kimono dei morti la parte destra è messa sopra la sinistra) e non si chiude mai con bottoni, ganci, occhielli ecc. ma con una fascia (obi), girata attorno alla cintura, che accresce il fascino della figura e simbolizza la bellezza, elemento imprescindibile della scena giapponese. Alla variabilità dei colori e dei disegni del kimono è connessa una simbologia strettamente codificata, che permette di definire immediatamente il ruolo e lo status sociale della persona che lo indossa:ad esempio, il disegno di una tartaruga rappresenta un simbolo di vecchiaia, mentre quello di una gru bianca connota tarda età e longevità. La moda di disegni elaborati, che risale al quattordicesimo secolo, è amplificata dal teatro kabuki, che tende alla bellezza assoluta esaltando la magnificenza degli abiti: kimono di raso con disegni di seta damascata, kimono in broccato d'oro e d'argento, kimono in crespo liscio con disegni a strisce, quadrati o geometrici. Poichè il kimono teatrale misura circa tredici centimetri in più della lunghezza di quello indossato abitualmente, l'orlo è tenuto all'altezza del tallone per mezzo di una funicella di seta legata attorno alla cintura, coperta da una piega del kimono affinchè l'obi non si arricci. Gli attori, sia in ruoli maschili che femminili, si imbottiscono l'addome per eliminare le curve del corpo, poichè i canoni dell'estetica giapponese indicano in una figura diritta l'epitome della bellezza.
Nel costume giapponese il kimono sintetizza l'abito nei più diversi modelli e rappresenta l'elemento base del vestire; nel kabuki, seppure con nomi e forme diverse, è il fondamento di ogni costume.
L'abbigliamento fondamentale degli onnagata è costituito da uno o due kimono base, che sono indossati con l'aggiunta di alcuni accessori, che possono variare a seconda dei ruoli. Il costume degli onnagata è assai difficile da indossare, cosicchè sono necessari tre talvolta quattro costumisti per aiutare l'attore a vestirsi e a cingere l'obi. Lo hakama, (sorta di gonna pantalone sovente di colore rosso) indossato sia dagli attori che interpretano parti maschili sia da quelli che recitano in ruoli femminili, è un costume tipico del kabuki e con il kimono è la base di molti abbigliamenti. Poichè i ruoli maschili sono più vari di quelli degli onnagata, di conseguenza anche i costumi sono più numerosi, tuttavia il kimono base, simile a quello femminile, ma con le maniche molto meno ampie, è il fondamento di ogni costume.
Tenendo conto del tipo di dramma in cui sono indossati, i costumi kabuki possono essere divisi in quattro gruppi: drammi scritti tra la seconda metà dell'ottocento e la prima metà del novecento nel rispetto della realtà con costumi realizzati curandone l'aspetto storico; drammi jidaimono, che portano sulla scena gli abiti indossati a cavallo del periodo Genroku; drammi sewamono e kizewamono, scritti tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo, che prevedono costumi molto semplici e simili a quelli della gente comune le cui vicende sono rappresentate sulla scena. Nel gruppo dei costumi storici possono essere individuati quattro sottogruppi. Periodo Heian, con abiti molto accurati, che hanno come elemento base il kimono, sia nell'abbigliamento maschile che in quello femminile; gli uomini indossano sul kimono una specie di hakama molto stretto, mentre le donne si fasciano i fianchi (gli obi più elaborati sono di periodi posteriori) e la fronte con una stretta sciarpa. Gli abiti di corte, frequentemente usati, per gli uomini consistono in sopravvesti (uwagi) con larghe maniche pendenti,chiuse all'altezza del petto dalla parte destra, indossate su almeno cinque kimono e talvolta con pantaloni fermati sulle caviglie; posteriormente alla sottoveste pende un lungo strascico. Le donne portano lunghi pantaloni a strascico indossati sopra dodici kimono e un cappotto con coda, in genere di broccato.
All'interno delle abitazioni non si portavano calzature mentre all'esterno i nobili indossavano scarpe nere simili a quelle portate dai nostri preti durante le cerimonie; la gente del popolo girava a piedi nudi o al massimo con sandali di paglia.
Drammi storici ambientati nel periodo pre Tokugawa: nella preparazione dei costumi era messa una cura particolare nei dettagli, ma gli abiti erano molto simili a quelli del periodo Genroku.
Drammi che rievocano i primi anni del periodo Meiji, con abbigliamenti caratterizzati da cappelli a bombetta, mantelli, stivali abbottonati e catene dorate sul kimono.
Drammi kizewamono scritti dopo la restaurazione Meiji ma ambientati in periodi precedenti: i costumi erano realizzati con la massima accuratezza storica.
Gli abiti nei drammi jidaimono (le storie dell'antica civiltà) sono considerati comunemente i costumi kabuki per antonomasia. L'eleganza dell'abbigliamento è di derivazione cinese e si manifesta, seppure modificata, nel sokutai, indumento splendido in broccato di seta, indossato dai gentiluomini della corte imperiale, e anche molto simile agli abiti indossati da importanti monaci buddisti. Poichè i drammi jidaimono presentano quasi sempre storie di uomini e di donne di classi elevate, i loro abiti sono ricchi ed elaborati.
Il daimon, costume decorato con grandi stemmi familiari ed indossato durante le cerimonie formali dallo shôgun e dai daimyô ( va ricordato che durante il periodo Edo la persona dello shôgun era ritenuta inviolabile e perciò nessun personaggio sulla scena poteva portarne il nome ), è costituito da un abito con maniche molto ampie e da un paio di naga bakama, pantaloni molto ampi e lunghi che coprivano i piedi ( è storicamente provato che questa moda fu suggerita da ragioni squisitamente difensive: indossando gli ingombranti naga bakama durante le visite a corte, i nobili erano impediti nei movimenti improvvisi, e quindi eventuali attentati erano resi più difficili ). In teatro i daimyo completano l'abbigliamento indossando lo hikitate eboshi, alto copricapo a forma di corona e terminante a punta, chiuso da legacci bianchi che ne simboleggiavano il rango. Nel kabuki il daimon, indossato con il kimono chiamato kitsuke, è generalmente di colore bianco, con sette grandi stemmi, cinque all'altezza delle spalle - due davanti e tre dietro - e due sui lati dei naga bakama. Sovente i personaggi principali sono caratterizzati dal colore dei daimon che indossano: il nero caratterizza un carattere incline al tradimento e all'obbedienza servile (non sempre il nero comunque connota una canaglia, perchè è un colore cerimoniale); il colore giallo canarino sottolinea una natura calorosa, gentile e quieta; l'azzurro cielo simboleggia la virilità e l'impulsività della giovinezza.
Il sûo differisce dal daimon soprattutto per il copricapo e per lo hakama, che può essere indifferentemente lo han bakama oppure il naga bakama; nei tempi più antichi questo costume era chiamato piccolo sûo. Nel periodo Muromachi il suo era l'abito dei militari privi di incarichi, mentre nel periodo Edo era generalmente usato da samurai di rango inferiore. Il sûo militare aveva una striscia di cuoio intorno al collo, mentre nel kabuki subì numerose variazioni; è di colore bianco nello stile aragoto per le canaglie e per le persone molto anziane; è di raso viola nello stile wagoto; è di raso blu chiaro per i personaggi buoni. Sotto i suo realizzati in colori tenui, si indossa per contrasto uno uwagi imbottito di broccato di colore brillante, che lascia intravvedere gli orli di un sotto kimono di colori chiari e luminosi. Poichè questi indumenti sono di solito indossati da inviati dello shôgun o da nobili o ufficiali del governo sono sovente tenuti fermi all'altezza della vita da una cintura per facilitare i movimenti. I messaggeri portavano una calzamaglia color carne e sotto il ginocchio, come una giarrettiera, una fascia rotonda o triangolare con una imbottitura sul davanti (sanriate): con il trucco kumadori l'imbottitura del sanriate è rotonda, con un trucco meno esasperato l'imbottitura è triangolare. L'uso del sanriate non connota il carattere dei personaggi, malvagi o buoni che siano. Altri accessori di questo costume sono i tabi, gli zôri, il chûkei (grande ventaglio derivato dal noh); due spade infilate nella cintura; l'ordine scritto da trasmettere era su di un foglio piegato messo nell'apertura dell'abito all'altezza del petto, avevano anche un pacchetto di foglietti, sempre da portare sul petto, e da usarsi come fazzoletti (prima del periodo Meiji erano sconosciuti in Giappone i fazzoletti di tipo occidentale e venivano usate piccole salviette di carta) oppure per effetti di tipo spettacolare, ad esempio per togliere il sangue dalla spada dopo aver trappassato il corpo di un nemico; due tipi di eboshi, e cioè il samurai eboshi e il mage kakushi, eboshi molto piccolo che copre appena il sommo del capo ed è tenuto fermo sotto la gola da un nastro.
Il naga gamishimo, costituito dal kamishimo e da lunghi pantaloni striscianti, è un abito meno formale del daimon ed è indossato da daimyo e da samurai di eguale grado sociale. In dettaglio è composto da naga bakama, dal kitsuke (kimono e obi indossati sotto il vestito) e dal kataginu, giacca rigida sulle spalle, senza maniche e ricadente all'indietro ( l'orlo posteriore e i risvolti a nastro del kataginu sono allacciati sotto la cintura dello hakama ). Poichè i pantaloni del naga gamishimo sono generalmente molto lunghi ed impacciano notevolmente i movimenti, nella realtà, presumibilmente venivano indossati all'interno delle abitazioni , anche per ragioni di pulizia, in teatro si usano solamente per azioni spettacolari o di combattimento. Il naga gamishimo può essere realizzato con una grande varietà di colori e di disegni, in considerazione dell'età e del ruolo del personaggio che li porta.
Nonostante gli abiti indossati ogni giorno non prevedessero disegni elaborati e colori brillanti, sulle scene gli attori kabuki portavano e portano vestiti splendidi, molto colorati, per ottenere effetti coreografici più spettacolari, consentendo al tempo stesso agli spettatori di riconoscere il tipo del personaggio interpretato dalle foggie e dai colori del abito. Per chiarire: i personaggi malvagi, per convenzione, vestono con colori scuri come il nero, il verde ago di pino, il marrone scuro, oppure cercano di mascherarsi indossando abiti chiari, che non ingannano gli spettatori, avvertiti da altri “segni”, per esempio il trucco; durante il periodo Edo i mercanti si vestivano con il kamishimo per la cerimonia di nozze e per trattare affari particolarmente importanti.
L'omigoromo, portato dallo shôgun, dai daimyô e dai generali nel tempo libero, adattato senza grandi variazioni dal teatro bunraku, è un abito di broccato, lungo sino a terra, con il colletto di taglio rotondo rialzato sul collo e con le larghe maniche aperte sul fondo. Il colletto, di modello e di colori diversi da quelli dell'abito, è fermato da una cordicella dorata terminante in fiocchi, fissata poco sopra lo stomaco con un nodo che ricorda le decorazioni floreali appese davanti alle immagini buddiste. Il kimono indossato sotto l'omigoromo è di seta bianca; l'obi è rotondo, largo e imbottito, coperto di broccato color oro antico e annodato con un nodo a cappio. Arricchisce l'abbigliamento omigoromo una elegante parrucca usata soprattutto per i ruoli di daimyô e di nobile di corte, caratterizzata da un fiocco fermato con legacci di carta fisso sul capo, le parti esterne gonfie e i capelli dietro premuti sulla testa. Qualora l'omigoromo sia indossato da un uomo malvagio o da un principe cattivo, l'attore, truccato con un kumadori stilizzato, porta lunghi capelli neri.
I costumi yoten caratteristici unicamente del kabuki,possono dividersi in cinque gruppi a seconda del colore e del tipo di tessuto: broccato dorato (nishiki), bianco (shiro), nero (kuro), a fiori (hana) e a squame (uroko). Gli yoten sono esclusivamente indossati nelle scene che richiedono azioni rapide oppure combattimenti, le maniche larghe e le aperture del collo permettono anche i gesti più difficili. Il nishiki yoten, di broccato dorato con grandi disegni, indossato da personaggi di rango elevato, ossia guerrieri e uomini coraggiosi, ha attaccato al fondo una pesante frangia dorata, i cui movimenti accrescono ed abbelliscono l'aspetto fisico e la potenza dell'attore durante la lotta. Le larghe maniche del nishiki yoten sono cucite con una piega sulle spalle; un obi leggero in crespo di seta, in genere bianco è legato alla cintura con un nodo a farfalla sul davanti. Sotto il nishiki yoten si indossano pantaloni (momohiki),ampiamente drappeggiati sulla cintura; una sottocamicia di rete di seta nera indica che l'attore è pronto a combattere. Con il nishi yoten si portano due tipi di parrucca: la hyakunichi no tare e la kiku byakunichi. La prima, a forma di cespuglio, copre la sommità del capo, con i capelli dietro annodati all'altezza del collo per mezzo di una funicella dorata; la seconda è una splendida acconciatura maschile con i capelli della lunghezza usuale, che appaiono più corti perchè sono stati trattati con lacca e pettinati in modo da assomigliare ai petali di un crisantemo. Gli attori che indossano il costume nishichi yoten, sono armati di una sola spada, perchè la seconda è un tesoro, per conquistare il quale si ingaggiano spettacolari e stilizzati combattimenti molto graditi al pubblico. Negli spettacoli presentati a Tokyo gli yoten agiscono a piedi nudi, mentre nel Kansai calzano sandali di corda di cotone con suole, salvacalcagni e lacci per legarli.
L'abito shiro yoten, confezionato come il nishiki yoten, è di seta bianca, con una cintura di crespo leggero viola annodata sul davanti; la parrucca che lo accompagna, portata spesso nelle scene di battaglia, è realizzata con lunghi capelli fluttuanti spruzzati di lacca, induriti in modo da renderli lucenti come se fossero bagnati. La fronte è cinta da una fascia colorata annodata sul davanti o sul dietro.
Il kuro yoten è un costume molto semplice, completamente nero, eccettuato l'obi, che è caratterizzato da disegni a strisce su fondo bianco ed è girato tre volte e mezzo attorno alla cintura, con la parte terminale piegata sotto la parte interna. Il nodo ottenuto piegando entrambe le estremità dell'obi e passandovele sotto, è posto sul dietro; sull'obi è messa una cintura, bianca o colorata, legata davanti con un nodo quadrato. Una striscia di tessuto bianca, annodata sulla schiena, è passata sopra le spalle e sotto le ascelle per consentire movimenti più rapidi, non impediti dalle maniche dell'abito. I personaggi che portano il kuro yoten non sono armati di spada , ma usano un bastone di metallo chiamato jutte, che letteralmente significa “dieci mani” per indicare che agiscono come se avessero dieci mani, sia nel jidaimono che nel sewamono i polizziotti sono caratterizzati dallo jutte.
Lo hana yoten è un costume di cotone bianco, con disegnate serpentine verticali che si oppongono e racchiudono fiori e motivi di foglie convenzionali, tutti gli indumenti portati sotto il costume sono di rosso chiaro, l'obi e l'uwaobi sono uguali a quelli che fanno parte dei costumi kuro yoten e uroko yoten. Lo hana yoten è completato con guanti di stoffa rossa (tekkô) che coprono solamente la parte dorsale della mano, hanno anche attaccata un'asta che termina con un ciuffo di fiori per aggiungere ritmo e bellezza alle azioni di combattimento. Questo costume è caratteristico delle danze drammatiche e di particolari scene del jidaimono.
Il costume uroko yoten, di seta bianca con disegni triangolari di damasco bianco e argento che simbolizzano le squame di un serpente, risulta dalla combinazione degli altri costumi yoten: maniche chikara age, sottocostume di colore rosso brillante, obi cinto secondo lo stile waribasami; inoltre gli attori agiscono scalzi.
Lo yakko è il costume indossato dalle classi più basse dei servi e dai lacchè in servizio presso le case dei militari; gli yakko non combattono, si prendono cura dei cavalli dei loro signori e ne puliscono le armi, portano solamente una spada quando accompagnano il loro padrone nelle uscite serali; indossano l'iro yakko (iro, colore oppure passione sensuale) o shusu yakko (shusu, raso), costume assai decorativo di raso chiaro portato sopra un grembiule (apron), arricchito da un elegante colletto (date) con disegni a srisce alterne di colori luminosi, oro e nero oppure oro e verde o con disegni di circoli sovrapposti. La parte inferiore dell'abito è spesso ricamata con tre fila di iris di filo dorato, sotto il costume si indossa un grembiule con il fondo abbellito da una pesante frangia dorata. Nella parte superiore dell'abito sono ricamati in oro cinque grandi stemmi, che possono essere il primo ideogramma del nome dell'attore oppure il suo stemma di famiglia. Con l'iro yakko si calzano usualmente tabi neri o scuri, mentre un giovane può occasionalmente portare tabi viola o sandali con suole a tre strati e stringhe di due colori; l'obi è fermato con un nodo oblungo detto karuta musubi. Le parrucche sono caratterizzate da una lunga coda di capelli impomatati dietro.
L'abbigliamento dei preti buddisti (bôzu),che significa anche testa calva, è variato nel corso dei secoli con il mutare delle situazioni politiche e sociali passando dai semplici e poveri abiti dei primi tempi a quelli raffinati e ricchi del periodo Azuchi Momoyama o shokuho e dei successivi. Il principale paramento dei preti è la kesa, cotta portata sopra l'abito, simbolo del sacerdozio, cucita con pezzi di stoffa per imitare la veste sracciata di Buddha. Con il diffondersi del buddismo le kesa si trasformarono diventando più elaborate, eleganti e varie sulle scene kabuki. La wa kesa, usata come abbigliamento giornaliero è realizzata con una sola striscia di stoffa, larga dagli otto ai dieci centimetri, è messa attorno al collo, ricadente sul davanti per formare un lungo bavero. La gojo kesa, composta da cinque strisce di stoffa che formano una borsa rettangolare, è portata dalla parte destra per mezzo di una bretella messa a tracolla. La shichijô kesa, paramento rettangolare da cerimonia realizzato con sette strisce di lussuoso broccato, è completata dallo ohi, pezzo di tessuto largo circa trenta centimetri tirato sulla spalla destra, trasversalmente sul petto, e sotto il braccio sinistro. La kujô kesa è una cotta cerimoniale larga e oblunga realizzata con nove strisce di stoffa. I costumi indossati dai preti buddisti sulle scene kabuki sono simili a quelli del noh, ma puntano più sull'eleganza e semplicità che sul simbolismo: i più noti sono il kinran, il karaori e il nishiki. Il primo è in broccato di seta con strisce di carta dorata; il secondo è caratterizzato da grandi ricami di fili di seta uniti a differenti disegni di strisce di carta dorata; il terzo è di tessuto composito o di broccato di seta con strisce colorate di carta dorata o argentata. Mentre nella realtà tutti i preti indossavano la kesa, nel teatro kabuki questo costume non è tassativo: un prete appartenente alle principali gerarchie indossa sul palcoscenico un leggero kimono di seta e una splendida kesa ricamata con annodata una corda intrecciata che pende dietro la spalla sinistra; i preti più umili vestono un semplice kimono di seta bianca, fasciata con un obi bianco, largo sette~otto centimetri, stretto sul davanti con un nodo a farfalla (hako musubi), portano attorno ai fianchi una specie di camicia trasparente nera lunga sino alle ginocchia e calzano bianchi tabi. Gli alti prelati indossano un abito scarlatto con maniche molto ampie, sotto il quale si intravvede un kimono bianco di raso di seta, che ricade a terra con una coda di circa cinquanta centimetri, plissettata in otto pieghe larghe dieci centimetri; i tabi e gli indumenti messi sopra il costume principale sono rigorosamente bianchi. I preti e le monache tengono sempre in mano il rosario (jizu), eccettuato quando preparano il cibo oppure quando assolvono ad altri obblighi connessi ai loro doveri religiosi, tenendolo tra le mani fregano i grani gli uni contro gli altri per produrre un suono assai caratteristico e familiare al pubblico kabuki.
Continuando nella descrizione dei più caratteristici tra i numerosissimi costumi maschili jidaimono vanno ricordati il kokumochi, che deve il suo nome ai cerchi che decorano la stoffa: si tratta di un kimono nero, con disegnati tre oppure cinque cerchi bianchi in sostituzione degli stemmi familiari che la gente comune non possedeva, era indossato da contadini o da popolani di bassa estrazione, sia uomini che donne; il kata ire, kimono realizzato con pezzi di broccato di abbagliante luminosità, di grande presa spettacolare, usato da personaggi caduti in disgrazia ma un tempo vissuti nell'agiatezza. Le maniche e il collo dell'abito sono attraversati da linee trasversali; per questo ruolo si indossa anche il kasuri, abito di stoffa con disegni simili a spruzzi di acqua realizzato con fili tinti di seta e di cotone, costume per i personaggi meno altolocati.
Il chôken, indossato esclusivamente nel jidaimono e nel shôsagoto, vestito dei nobili nel periodo Heian, è l'abito indossato da generali o samurai di alto rango nelle cerimonie non troppo formali, il chôken è messo con una gonna pantalone corta di broccato di seta a fiori contrastanti; le maniche, molto larghe, attaccate solo dietro, coprono per intero la mano e sono strette nel fondo da un nastro multicolore. Sotto il choken si porta un abito di seta bianca fermato da un obi del medesimo tessuto. Accessori di questo vestito sono una spada appesa alla cintura (tachi), un ventaglio, un cappello dorato legato sotto il mento da una cordicella dorata a fiocchi (sanmi) e un paio di zoccoli a punta quadrata neri e laccati (kuro nuri gutsu).
Lo hitatare indossato nel kabuki è derivato da un costume cerimoniale del noh e differisce da quello portato nella realtà dallo shôgun e dai daimyô per l'impossibilità di proporre in teatro qualsiasi riferimento alla vita dei governanti. All'inizio era un abito messo da cittadini non nobili, poi, nel periodo Kamakura, divenne il vestito dei guerrieri; in seguito, all'inizio del periodo Edo, fu l'indumento dei samurai nelle occasioni cerimoniali, cioè si andò sempre più arricchendo e abbellendo sino a raggiungere la corte shôgunale. Sulle scene kabuki consiste in un corto hakama piegghettato e in un cappotto con lunghe e larghe maniche aperte, al fondo delle quali è cucito un piccolo cordone; alla collana è appesa una corda e in una tinta intonata, annodata sotto al petto, con valore meramente estetico. L'abito i cui colori non sono codificati ma dipendono dal ruolo e dai gusti dell'attore, è completato da uno stretto obi bianco legato con il tradizionale nodo a farfalla quadrato, da zôri con cinghie bianche messe sui piedi nudi, da un eboshi tenuto fermo sotto il mento da un cordone, da un ventaglio e da una spada (portata dai guerrieri).
Il sokutai è il voluminoso, rigido costume di seta indossato dai nobili di corte (kuge), abbottonato in uno stretto collo piatto dalla parte destra (questa soluzione rappresenta uno dei pochissimi esempi di abiti che non prevedono per la chiusura l'obi o un legaccio), completato dal sashinuki hakama, gonna pantalone molto larga, solitamente di colore viola, larga e a sbuffo sino a coprire i piedi. La parte superiore del vestito, caratterizzata sul davanti da un bavero rigido, è di seta nera con disegni, le maniche, molto lunghe, coprono interamente le mani; la spada è infilata in una cintura di tessuto intrecciato, fatto con fili di seta colorata e abbellita sul davanti con un largo pannello rettangolare con frange lunghe quasi fino a terra. Sui palcoscenici kabuki i nobili che indossano il sokutai, completano il costume con un trucco bianco, una spada (tachi) appesa alla cintura, un cappello nero con cresta rigida dietro e un bastone lungo circa quaranta centimetri di legno o di avorio o di osso o di altri materiali, secondo quanto è indicato dalla moda di corte.
Due tra i più affascinanti costumi del kabuki sono l'oguchi, abito caratteristico dei militari del periodo Kamakura, e lo hangire, entrambi con larghe maniche aperte, portati con hakama la cui parte inferiore è ampia e tagliata all'altezza delle caviglie. Esistono due modelli di oguchi: il primo è indossato con l'ue no hakama, abito formale dei gentiluomini di corte, il secondo, tipico sia nel noh che nel kabuki, che ne prevede una versione stilizzata ed esagerata, ha la parte posteriore dei pantaloni rigida e larga. L'oguchi è in tinta unita, nei colori bianco, grigio, rosso, verde, blu, viola lo hangire è di stoffa colorata con disegni dorati; la differenza tra i due costumi va ricercata nella stoffa adoperata per lo hakama. Mentre nel kabuki la scelta dei colori per l'oguchi non ha vincoli, nel noh possono esserne usati solamente cinque, e cioè bianco, rosso, verde~marrone e viola. Sia nel kabuki che nel noh lo hangire prevede una stuoia (goza) tra la stoffa e la fodera per irrigidire l'abito sul dietro, realizzata con una stoffa a trama di corde di seta assai sostenuta, che rende lo hakama rigido. Lo happi, un corto soprabito, nel kabuki è indossato sopra il kimono katsuke, sia con lo hangire che con l'oguchi, il caratteristico effetto delle maniche corte dello happi è ottenuto con una piega in alto secondo lo stile chikara age. Con questo costume i tabi devono essere bianchi.
1.2 COSTUMI ONNAGATA PER I DRAMMI JIDAIMONO
Nel jidaimono la bellezza dei costumi onnagata è affidata quasi esclusivamente ai colori e alla qualità delle stoffe, poichè la varietà dei modelli è assai limitata se confrontata a quella degli abiti maschili: una possibile spiegazione va rilevata nella constatazione che mentre le attività degli uomini erano molteplici, le donne trascorrevano la maggior parte del tempo a casa, e quindi la necessità di variare abbigliamento, strettamente connessa agli impegni sociali, era minima. Il costume base è il kimono, che presenta il mutamento più evidente nel trasformarsi dall'abito a maniche molto larghe e lunghe, in uso nel periodo Ashikaga o Muromachi, in un vestito con maniche relativamente strette (kosode).
Nel teatro kabuki il jûni hitoe, vestito indossato dalle dame di corte nel periodo Heian, è uno degli abiti onnagata più belli e aggiunge fascino e severa dignità al comportamento delle donne: jûni hitoe, significa letteralmente “dodici strati”, numero degli abiti messi uno sull'altro dalle dame di corte, anche se nel periodo Heian ne venivano portati anche più di venti, con lo scopo di creare contrasti e trasparenze di colore. Le tinte erano scelte in accordo con le stagioni, adeguandovisi, per non creare opposizioni violente tra l'abito indossato e la natura; il kimono destinato a coprire tutti gli altri era in un colore definito per accentuare le sfumature. Il costume è arricchito da una giacca corta e ampia (karaginu), con maniche non molto lunghe, foderate con un tessuto diverso, con il collo sciallato piegato all'indietro. Lo strascico (mo), elemento fondamentale di questo abbigliamento, è una specie di grembiule annodato all'altezza della cintura e cade dietro, mentre nel periodo Nara avvolgeva completamente il corpo; generalmente è di colore bianco, con disegni sovrapposti in garza in estate e con disegni simili a spighe nelle altre stagioni. Raramente il mo è arricchito da disegni colorati. Il juni hitoe è considerato un abito formale solamente quando è indossato unitamente al karaginu e al mo. Sopra il karaginu si porta l'uwagi, cappotto lungo fino a terra, sotto il quale si mette l'uchiginu ( letteralmente seta battuta, per indicare il metodo della tessitura), attualmente non usato sulle scene kabuki. Aldisotto dell'uwagi si indossano cinque kimono con larghe maniche aperte; il numero dei kimono da portare fu definitivamente fissato durante il periodo Kamakura. In seguito i kimono erano da otto a venti.
Nel teatro kabuki cinque orli di seta colorata cuciti sitto l'orlo del uwagi sostituiscono i cinque kimono. Tutti i kimono erano foderati ad eccezione dello hitoe indossato sotto l'uwagi. Al di sotto dello hitoe si mette una camiciola bianca con maniche corte (shiro kosode), completata da uno hari bakama o uchi bakama di colore rosso, lungo sino al suolo, novanta centimetri oltre le caviglie. Con il juni hitoe non si usa l'obi, poichè lo hakama viene fissato con una cintura e le camiciole sono sostenute da legacci (himo). Nella vita reale lo hakama per le giovani era di colore scuro come il rosso vino o il viola mentre con l'età adulta si passava dal viola al bianco, che rappresentava la vecchiaia. Con il jûni hitoe si porta la parrucca segagami, realizzata con lunghi capelli che cadono sulle spalle: a partire dal periodo Ashikaga o Muromachi, le dame di corte portavano spesso i capelli lunghi sino alle caviglie, unendo capelli posticci ai propri. Con la cerimonia del taglio dei capelli attorno alle tempie per circa trenta centimetri di lunghezza, le ragazze di quattordici o quindici anni appartenenti alle classi superiori erano ritenute adulte. In teatro questa acconciatura è realizzata con la parrucca gin hanagushi, acconciatura di capelli ornata da tre o cinque fila di fiori di metallo argentato, in gran parte fiori di prugno,e da farfalle. Il trucco del viso, completamente bianco, è arricchito da un paio di sopracciglia aggiunte a quelle naturali: si tratta di una moda tipica del kabuki ( nel passato le donne della nobiltà si rasavano le sopracciglia ); le sopracciglia finte nel Giappone contemporaneo sono usate nelle classi più elevate, dalle attendenti di corte e tra la nobiltà di kyoto, mentre tutte le altre se le rasano. L'ultimo tocco per l'eleganza nel jûni hitoe è dato da un ventaglio decorato con lunghi nastri di fili di seta intrecciati.
Il costume kaoyo gozen, tipico del kabuki è indossato dalle mogli dei signori feudali e dei gentiluomini di corte (midaidokoro). Questo abito consiste in tre capi lunghi fino al suolo: l'uchikake, il kimono e il juban. L'uchikake, vestito delle occasioni formali, ha la parte posteriore di seta viola con ricamati fiori di forma circolare e orli imbottiti; il kimono messo sotto l'uchikake è di colore rosso e il juban portato sotto il kimono è bianco. Uno stretto obi di broccato è tenuto dietro con un nodo a forma di cappio. La parrucca è della serie mino shiroko no sagegami: lunghi capelli che ricadono posteriormente coperti da una striscia di crespo viola e tenuti all'altezza delle spalle da tre pezzi di carta bianca rigida, e una fascia di seta viola (bôshi) sulla fronte, dietro la quale sono infilate le forcine ornamentali (hanagushi), realizzate con tre file di fiori d'argento. Il trucco e i tabi sono bianchi. Le mogli dei samurai di rango più elevato e le dame di compagnia alla corte dello shôgun e dei daimyo (ma non quelle della corte imperiale)portano il katahazushi ishô, costume che deve il proprio nome ad un asimmetrico ciuffo che arrichisce la parrucca. L'uchikake, la cui parte posteriore è di colore bianco o nero o blu o viola a seconda dell'età o del rango del personaggio che l'indossa, e il kimono sono simili al kaoyo gozen. La parrucca shiitake tabo no katahazushi mage, caratterizzata da una acconciatura sporgente e da un nodo asimmetrico, è molto bella: il ciuffo a coda di cavallo è attraversato da un legnetto lucido e laccato oppure da una forcina di guscio di tartaruga a forma di sbarra, che realizza con l'intrecciarsi del nodo sopra e sotto una specie di figura composta di otto nodi. Quando non indossano il cerimoniale uchikake gli onnagata che interpretano il ruolo di mogli di samurai scelgono tra un kimono con guarnizioni e un kimono con disegni; talvolta le dame di compagnia usano kimono con guarnizioni. Il juban, i tabi e il trucco sono di colore bianco.
Le figlie dei samurai che servono a corte, le dame di compagnia ad eccezzione delle principesse e le figlie dei ricchi mercanti, quando sono giovani, indossano il koshimoto (con koshimoto si indica sia il costume che il tipo di personaggio). Con il koshimoto si porta un kimono stretto in basso (yagasuri), che rende la figura aggraziata, con l'obi fermato nel tate ya ji musubi, un nodo piatto, a farfalla, con i cappi tre volte più lunghi del nodo; in casa la parte superiore del nodo è vicina alla spalla destra, mentre durante le attività esterne, per agevolare i movimenti, è allacciato a poca distanza dalla spalla sinistra. Sulle scene tutte le figlie dei samurai portano l'obi legato in questo modo. Solamente fuori di casa le giovani usano lo shigoki obi di leggero crespo legato al lato sinistro del cappio dell' obi principale, presso la spalla. L' uso di portare l'obi legato dalla parte sinistra è esclusivamente tipico del teatro e non ha riscontro nella vita di tutti i giorni. Con il koshimoto si usa la parrucca bunkin taka shimada, realizzata con capelli neri lucenti fermati con un nodo a forma di fungo. Questa parrucca è ancora oggi messa in occasione di matrimoni, deriva il proprio nome da una moneta dorata (bunkin) in uso nel brillante e stravagante periodo Genbun. I lunghi capelli di questa parrucca sono tenuti uniti con pomate ( moda nata nel periodo Edo); prima della fine del diciassettesimo secolo i capelli erano abbelliti con olii vegetali e lavati solamente con acqua, mentre, in conseguenza all'uso di pomate, le donne iniziarono a pulirsi i capelli con un sapone vegetale ottenuto da un impasto di corteccia schiacciata di mukuroji; gli uomini li risciacquavano con acqua dopo averli frizionati con argilla rossa. Come shampoo erano usati pure albumi d'uovo, polvere di crusca di riso e funori (una sorta di colla ricavata da alghe. Gli attori giovani, chiamati narabi koshimoto, portano un koshimoto di seta rossa o blu con un obi di raso nero e non interpretano ruoli determinanti, ma agiscono in gruppo come coro. I personaggi koshimoto che recitano in ruoli importanti indossano un kimono chiamato suso moyo, decorato con disegni nella parte inferiore (dall'altezza del ginocchio sino all'orlo); il suso moyo non ha abbellimenti nella parte superiore, ma può essere arricchito da disegni in rilievo. Le figlie dei samurai che non sono delle koshimoto non adoperano nè lo yagasuri, nè kimono colorati, ma indossano kimono del tipo suso moyo. Le dame di compagnia, le figlie e le mogli di samurai interpreti nel ruolo di koshimoto portano sempre un pugnale protetto da una custodia, infilato nel lato sinistro dell'obi, e, generalmente, una specie di porta cipria nascosto nel kimono all'altezza del petto.
Le mogli fidate dei samurai e dei ronin, tragiche eroine molto spesso votate al sacrificio e al martirio nelle scene realistiche dei drammi jidaimono, indossano il costume kokumochi, kimono con cerchi bianchi in rilievo, senza disegni, di colore kuri ume ( su un fondo porpora sfumature gialle e rosse ); il collo del kimono e l'obi sono di raso nero, le maniche e il collo del juban sono colore lavanda. L'obi è fermato con un nodo sewa musubi, a forma di bulbo e con le estremità distanti l'una dall'altra. L'obijime, fascia stretta di seta bianca, portata sopra l'obi, non fu usata nel kabuki e nella vita reale sino al periodo Edo, nonostante fosse diventata di moda sin dal periodo Bunka Bunsei. Gli attori che interpretano il ruolo di sewa nyôbô mettono la parrucca maro tabo mino no katsuyama mage (il nome deriva dalla cortigiana katsuyama che nel diciassettesimo secolo lanciò la moda di quest'acconciatura). La parte posteriore della parrucca, con capelli corti e arrotondati (tabo), gonfi in alto, è legata da un fermaglio di metallo: una fascia color porpora copre la fronte. Questo stile, detto marumage, E tipico delle donne maritate, anche se dame di compagnia e ragazze possono usarlo. Le sewa nyôbô non portano tabi, fanno pendere un fazzoletto bianco dalla parte sinistra dell'obi, che usano per soffocare grida e singhiozzi, poichè anticamente era considerato disdicevole manifestare rumorosamente i propri sentimenti. Le sewa nyôbô più giovani mettono la parrucca maru tabo no tsubushi shimada. Molto usata dalle koshimoto e oiran, anche se i materiali usati per le decorazioni differiscono secondo la diversità dei ruoli. Due sono le ipotesi formulate dagli storici dei costumi per definire l'origine del termine shimada; la prima lo riferisce alla città di Shimada, le cui cortigiane per la prima volta si sarebbero agghindati i capelli con rigonfiamenti sbarazzini; la seconda lo attribuisce ad una danzatrice di Kyoto, Shimada Jinsuke, vissuta nel diciassettesimo secolo. Il costume kokumochi indossato dalle ragazze giovani, soprattutto dalle dame di corte , è un suso moyo di colore verde, chiamato moegi, con molte sottane ricamate, il collo di raso nero e il juban scarlatto messo come sottoveste; con questo abito si porta lo shibori obi con disegni di foglie di canapa rosse su fondo bianco. La parte interna di questo obi è di raso nero, con due orli piegati in modo da formare bordi neri; è legato con un nodo che pende verso il basso senza cappi. Generalmente l'obijime è rosso, talvolta è rosa. Le giovani kokumochi adoperano sia la parrucca modello mino no yuiwata, sia quella in stile habutae ji tabo no yuiwata, legate superiormente con un nastro simile ad un tampone di seta. Le parrucche più recenti non sono decorative come quelle realizzate anticamente, abbellite in alto con nastri di crespo di seta, seta cruda, spesso rosa pallido, e rese più graziose inserendovi un pettine ed una fascia colorata. Nella parte superiore della parrucca,a destra, si infila un ornamento, che le ragazze di campagna sostituiscono con un pettine di lacca rossa e con ornamenti costruiti con erbe. Le parrucche mino no yuiwata e habutae ji tabo no yuiwata sono portate anche dalle giovani figlie dei mercanti.
Il rosso ed elegante costume akahime è usato esclusivamente nel kabuki; il nome denota immediatamente il personaggio che lo indossa (akai=rosso, hime=principessa), una principessa di alto rango oppure le figlie dello shôgun o di un daimyô. L'akahime è costituito da un kimono con maniche larghe e lunghe e da un uchikake con orli rivoltati e rigonfi, riccamente decorato con nubi e fiori di ciliegio o crisantemi, ruscelli sinuosi o uccelli dalle lunghe code. Recentemente gli onnagata che interpretano il ruolo di akahime indossano sulla scena kimono di colore bianco o porpora brillante o rosa, con un palese e forzato travestimento drammaturgico dell'immagine che la parte connota, associata da sempre al costume di colore rosso. Le akahime mettono parrucche con la parte posteriore arrotondata. Nel passato se la hime non era di rango molto elevato, ma, ad esempio, solamente la figlia di un samurai di classe altolocata, non usava per decorare la parrucca lunghi e stretti nastri di carta ornamentale (takenaga). Oggi invece questo abbellimento è adoperato comunemente. Sotto il kimono principale (kitsuke) si mettono un kimono bianco e uno juban usualmente rosso. L'obi, fermato con un nodo stile furisage, a cappi molto lunghi, è in broccato dorato, brillante e luminoso. I tabi e il trucco sono rigorosamente bianchi: le donne di alto rango non esponevano mai il corpo e il viso ai raggi del sole, perchè il candore della pelle era considerato simbolo di classe e di bellezza. Contrariamente all'immagine che il costume evoca, l'akahime ha un carattere debole e sottomesso e soffoca nei singhiozzi i propri sentimenti, con una sola eccezione, la difesa coraggiosa ed appassionata dell'uomo amato.
1.3 COSTUMI MASCHILI PER I DRAMMI SEWAMONO E KIZEWAMONO.
I samurai protagonisti dei drammi sewamono indossano, semplificati, i medesimi abiti dei corrispondenti eroi dei drammi jidaimono: questi vestiti non presentano eccessive decorazioni e non sono in colori sgargianti. I costumi portati nei drammi kizewamono sono assai simili a quelli dei sewamono, con l'ulteriore semplificazione di una accentuata semplicità ( i kimono sono solitamente di cotone ), poichè sono tipici di uomini e donne appartenenti a classi molto umili. Qualora l'accompagnamento musicale sia del genere gidayu jôruri, gli abiti sono relativamente elaborati e la gestualità, esagerata e stilizzata, è simile allo stile ninyo jôruri shibai del teatro delle marionette. È sbagliato ritenere che tutti i drammi sewamono possono essere rappresentati con un solo tipo di costume, perchè è solamente nel kizewamono, spaccato realistico della vita quotidiana delle classi più disagiate, che ciò è possibile.
Nel sewamono i costumi non hanno uno stile definito, ma, con il diventare il kabuki una forma di teatro classico, il rispetto della realtà storica non fu più essenziale.
Tra i più popolari personaggi dei drammi sewamono vi sono i pompieri, noti come tobi no mono o hikeshi: l'origine del primo nome fa riferimento agli affilati strumenti per abbattere gli edifici in fiamme, simili a neri aquiloni (tobi); quella del secondo si attiene alla professione, poichè hi significa fuoco e kesu estinguere. L'importanza dei pompieri nei drammi kabuki va riferita al gravissimo problema degli incendi che numerosissimi distruggevano con drammatica frequenza anche interi quartieri delle città ( le case giapponesi erano costruite in legno con pareti interne di carta ), causando rilevanti danni economici a tutte le classi sociali. Di qui una sorta di atavico terrore per il fuoco e la conseguente trasposizione sulle scene. I pompieri erano suddivisi in due categorie: quelli al servizio dei chônin e quelli mantenuti dai daimyô. I pompieri indossano camicie da lavoro di cotone blu scuro (haragake) con maniche corte, tenute all'altezza della cintura da una larga striscia di stoffa incrociata dietro e annodata davanti. Le gambe sono protette da comode monohiki, lunghe mutande di stoffa resistente di cotone blu abbottonate sul davanti; nella realtà i monohiki erano cosí stretti che per indossarli ci si aiutava con una guaina di bambù. I monohiki sono adoperati dai pompieri, dai carpentieri e talvolta anche dai servi quando svolgono qualche attività per ordine dei mercanti; nel kabuki li portano anche cittadini di diversa estrazione sociale quando lavorano.
Altro elemento del costume e lo shita uma, di colore indaco e bianco, simile ad un leggero kimono estivo (yukata), oppure lo tsumugi, rozzo abito di seta cinese con colletto nero. Sopra questi indumenti si mette il kimono chiamato toban tsunagi bianco e indaco. Con il kimono si porta lo hakata obi, di colore blu scuro e bianco, che deve il suo nome ad Hakata, città del Kyûshiû famosa per la produzione di obi di questo tipo. L'obi è legato con un nodo “a bocca di conchiglia”,chiamato qualche volta anche otoko musubi. Il tipo ippon tokko, caratteristico disegno al centro dello hakata obi, deriva dalla forma del tokko, utensile terminante con una tenaglia. L'obi indossato dai pompieri alle dipendenze dei chônin può essere sempre riconosciuto per la presenza dell' ippon tokko, mentre quello portato da quelli che lavorano per i samurai è molto più largo ed è caratterizzato dal disegno nihon tokko.
Attorno al collo sono annodati il mameshibori tenugui, fazzoletto con disegni raffiguranti fagioli in fila, oppure il mutsuba yamamichi tenugui, fazzoletto abbellito con disegni di aghi di pino caduti su un serpeggiante sentiero di montagna. Nel kabuki il tenugui è bianco con disegni in color indaco. Tabi blu con suole bianche sono calzati sia con i setta, sandali usati per le occasioni formali e per le visite, sia con gli asa ura, comune genere di zôri, leggeri e messi per le attività giornaliere. Le suole degli asa ura sono fatte con corda di canapa intrecciata, la parte superiore, come per i setta è di paglia. I legacci dei setta sono di velluto blu scuro oppure di cuoio bianco, mentre quelli degli asa ura sono principalmente di cotone bianco.
I pompieri di Kaga indossano la parrucca fukurotsuki honke bin no Kaga masakari, con il ciuffo che ricorda l'impugnatura di una scure a lama larga. I pompieri al servizio dei chônin usano parrucche fukuro tsuki honke bin no icho, che hanno il ciuffo simile alle foglie di ginko (ichô), un poco ricurve nella parte terminale perchè la parrucca assuma un aspetto da impaurire gli spiriti malvagi.
Nel kabuki esistono numerosi tipi di wakashu, givani tra i quindici e i diciassette anni, e ciascuno porta un costume specifico. I kimono dei wakashu sono cuciti secondo le mode kasuri o shibori o komon. La prima prevede modelli decorati con disegni risultanti dall'annodare stoffe e fili di colori diversi; la seconda è caratterizzata da fili colorati intrecciati; la terza è arricchita da piccoli disegni stampati.
I wakashu delle famiglie di samurai e gli apprendisti dei templi (kôsho) portano un kimono con cinque stemmi, generalmente di colore nero o giallo intenso, talvolta blu luminoso ( nel caso di personaggi che svolgano un ruolo importante e attivo nello sviluppo della vicenda ). Nelle occasioni formali si usa lo hakama a righe. Il collo del juban può essere nero oppure in una delle numerose tonalità blu usate per i costumi kabuki. I wakashu indossano il kimono aperto posteriormente sul collo, come gli onnagata. Un particolare tipo di parrucche portate dai wakashu è la fukurotsuki wakashu, acconciatura simile nella parte davanti alla pettinatura femminile shimada, ma con il ciuffo tagliato nello stile maschile. I giovani apprendisti nei templi portano la parrucca fukurotsuki tera gosho o kamone zuto nowakashu honke bin, realizzata con neri capelli modellati come la coda di un gabbiano. L'aspetto elegante, il trucco bianco e la graziosa capigliatura fanno dei wakashu un modello esemplificativo di purezza giovanile e di delicata bellezza.
Nei ruoli kizewamono sono inclusi quelli dei vagabondi, dei fannulloni, dei ladri e di molti altri tipi che vivono fuori dei confini segnati dalla legge. Questi personaggi sono comunemente chiamati sanjaku mono, poichè indossano il sanjaku obi, la cui lunghezza di circa novanta centimetri è assai inferiore a quella degli altri obi, e quindi ci si può fasciare il corpo una sola volta, legandolo davanti o su un lato. Questo obi largo circa quattro centimetri, è in cotone rossastro o blu scuro o blu medio, in nessun caso nero, ed è decorato con un disegno bianco chiamato soroban dama moyo perchè imita le palline del pallottoliere giapponese (soroban). Nelle scene ambientate d'estate i sanjaku mono portano un leggero kimono estivo , ma non mettono mai il juban, perchè sono troppo poveri per poterselo permettere. Nelle scene che si svolgono nella stagione invernale i sanjaku mono usano uno sopra l'altro il kimono e una sottoveste messa anche dai pompieri: in caso di combattimento i due abiti possono essere tolti rapidamente per mostrare i tatuaggi del corpo, simbolo di coraggio e di maschia fierezza. Nella realtà tatuarsi era una operazione che richiedeva molto coraggio, sopportazione del dolore e forza fisica, perciò tra i sanjaku mono era considerato un obbligo morale e colui che vi disattendeva era ritenuto un essere inferiore; spesso erano costretti a vendere le poche cose che avevano per potersi pagare i tatuaggi, ma il sacrificio era necessario per non essere giudicati dai compagni scarsamente virili. Nei costumi kabuki i tatuaggi sono dipinti su strette maglie di cotone (niku juban), ma prima del periodo Meiji erano disegnati direttamente sul corpo degli attori con l'ovvio inconveniente di sporcare gli abiti.
Nella realtà anche i pompieri usavano tatuarsi, ma verso la seconda metà del diciannovesimo secolo una legge proibí questa forma di abbellimento. I sanjaku mono portano una stoffa di cotone sbiancato (sarashi),lunga un tan (circa undici metri), avvolta attorno all'addome per tenerlo caldo e per proteggerlo da eventuali ferite, nonchè per nascondere un corto pugnale, del quale usavano due tipi: il primo kusun gobu, lungo circa venticinque centimetri, veniva conservato in una guaina, il secondo deba bôcho, simile ad un coltello da cucina, si teneva di solito in un tenugui. I sanjaku mono girano a piedi nudi e dipinti, come le gambe, di bianco o di color carne oppure calzano gli zôri, che portano slacciati e in maniera trasandata. I sanjaku mono mettono due tipi di parrucca ( honke bin mushiri no ichô ),caratterizzate dal mushiri ~ capelli molto corti sulla parte anteriore della testa, solitamente rasata ~, realizzato con peli di orso, e con un ciuffo a foglia di ginko, che da al personaggio un aspetto da damerino. La differenza tra le due parrucche va ricercata nel mushiri: uno ha un giro a spirale di capelli naturali sulla sommità, l'altro è privo di questa tipizzazione.
1.4 COSTUMI ONNAGATA PER I DRAMMI SEWAMONO
I costumi sewamono, storicamente legittimati dagli abiti adoperati dai chônin sul finire del periodo Edo, sono assolutamente inseparabili dai personaggi che li utilizzano. Il costume è connesso con il divenire della vicenda e la condiziona, poichè è l'espressione della “way of life” di questa classe mercantile emergente, che è, al tempo stesso, protagonista nella storia e sul palcoscenico.
Ad esempio quando una oiran entra in scena accompagnata dal suo seguito, indossando un elegantissimo abito e calzando gli alti zoccoli laccati di nero, l'attesa del pubblico è soddisfatta dalla perfezione e dalla bellezza della coreografia, che propone una situazione analoga a quelle che si possono vedere nei quartieri di piacere. Nei costumi sewamono sono possibili reinterpretazioni e modifiche, ma le differenze degli abiti realmente indossati sono minime, soprattutto nei costumi kizewamono, realizzati con grande aderenza alla realtà.
Costume tipico per le ragazze di città (machi susume) è quello costituito da un kimono con maniche lunghe e larghe (furisode) di chirimen decorato con la tecnica yuzen zome, processo di fissaggio resistente dei colori inventato verso la fine del diciassettesimo secolo, che rivoluzionò il mestiere del pitturare a mano i disegni. Il colletto del kimono è di raso nero, il juban e lo yumoji, una specie di gilet, sono di un rosso brillante. Questo costume è caratterizzato da un obi di crespo posteriormente e di raso anteriormente, spesso con decorazioni kanoko (disegni con piccoli punti bianchi che si ottengono tingendo una stoffa legata in alcune parti in modo che queste non vengano colorate), legato secondo lo stile furisage musubi, con lunghe code pendenti, però non tanto quanto quelle degli abiti delle figli dei ricchi mercanti. Questo tipo di obi è comunemente chiamato obi balena, perchè il raso nero che ne costituisce la parte posteriore è vagamente somigliante alla schiena di una balena, mentre la brillante e colorata parte anteriore è simile alla pancia. Tutti gli obi cuciti con due diversi tipi di tessuto uno sull'altro si chiamano kujira obi; il modello opposto è un obi realizzato con un solo pezzo di stoffa , largo circa trenta centimetri, rotondeggiante. Nel periodo Edo si usava l'obi senza piegarlo due volte sul davanti. Di solito con l'obi in stile furisage le machi musume mettono parrucche di due tipi: la maro tabo no yuiwata, con un mage che assomiglia ad una matassa attorcigliata di seta, o la habutae maru tabo no hoshidori, con un mage che ha l'aspetto di un anatra mandarina. La più pregevole decorazione per parrucche è il kuzudama kanzashi, piccola forcina con fiori di seta simili a quelli di una pianta medica, con lunghi fiocchi di colori naturali, molto spesso rossi, conficcata nei riccioli di destra della parrucca, che deriva il proprio nome da piante i cui fiori in passato erano appesi nelle case delle classi superiori per cercare di scacciare le nefande influenze degli spiriti maligni. Le parrucche delle machi musume sono arricchite con fili di seta sottili e attorcigliati che pendono da entrambe le parti dei riccioli. davanti al mage vi è una forcina di fiori con ciondoli d'argento; per abbellirla, alla base delle pettinature a coda di cavallo, vi è un hanagake, piccolo fazzoletto di stoffa rossa con disegni kanoko, legato in un nodo a fiore insieme con i cappi di un colorato motoyui, funicelle di carta usate per fermare i capelli; dalla parte opposta delle funicelle è sistemata una graziosa forcina, chiamata ichi dome, con un motivo che ricorda le pavoncelle. La parte poseriore della parrucca è tenuta insieme da quattro fogli di carta inamidata tagliata a strisce, dorati o argentati o rossi, a seconda dei ruoli, composti in numerosi disegni e attaccati sotto il mage, che producono un effetto di eleganza assai piacevole. Il furisode ha un colletto di raso nero, le sottovesti e il juban sono in rosso. I costumi delle machi musume sono ulteriormente abbelliti con un furisode di seta ki Hachijio, soffice, leggera, piacevole da indossare, di colore giallo, intrecciata con fili marrone e nero. Il collo del furisode ha una ribattitura nera, l'obi, modellato secondo lo stile asanoha,è legato con il nodo furisage musubi.
Le ragazze di campagna (inaka musume), indossano un furisode di tsumugi blu scuro,di rozzo tessuto di seta naturale cinese. Le maniche del juban, unica parte dell'abito in crespo, sono di rosso chirimen, la sottoveste è in rosa brillante. I capelli sono agghindati in maniera sbarazzina, secondo i dettami della moda shimada mage, caratteristica delle ragazze giovani, con pettini rossi laccati per abbellire le treccie anteriori.
Nel teatro kabuki le serve (jochû musume) vestono un costume tipico che consiste di un kitsuke di meisen, seta di poco prezzo, ovviamente non cosí costosa come quella in uso nelle famiglie dei mercanti, con disegnate strisce trasversali su fondo blu scuro e rifiniture di seta nera nel colletto. Il kujira obi davanti è di chirimen bianco con disegnati bianchi kiku tatewaku, crisantemi stilizzati e bordati da linee serpeggianti su fondo porpora, dietro è di raso nero. Il costume è ulteriormente e definitivamente specificato da un grembiule chiamato maedare, che in maniera inequivocabile connota la professione di chi lo indossa. L'obi è tenuto fermo da un leggero obi age color porpora. La parrucca del tipo ji tabo no marumage, è quella generalmente portata da tutte le donne sposate nei drammi sewamono; i capelli sono pettinati all'indietro in modo naturale senza particolari arricciature e abbellimenti. Le serve più giovani possono pettinarsi secondo la moda ji tabo no ichô gaeshi che prevede un mage assomigliante a due foglie invertite di ginko.
Le donne di città sposate mettono un kitsuke con maniche corte e pendenti chiamato tomosode, simile a quello attualmente indossato nella cerimonia di nozze. L'abito è completato da un maru obi e da una parrucca ji tabo no marumage. Il personaggio delle donne di campagna sposate (inaka nyôbô) è caratterizzato da un kitsuke, chiamato kata ire, in stile tomesode di tsumugi nel modello komon, artisticamente rattoppato sulle spalle con pezzi di stoffa di kasuri a righe trasversali. Il juban è color porpora, il kujira obi, nella parte davanti, è colorato mentre il rovescio è di seta nera. Le inaka nyôbô, oltre ad un grembiule, portano una veste corta (hanten) di meisen di poco prezzo con il colletto coperto di raso nero. Le donne di campagna usano le parrucche del tipo habutae maru tabo no obako, realizzate senza abbellimenti e pettinate senza l'uso di pomate. Per arricchirle possono essere usati pezzi di stoffa inseriti nel mage, pettini di tartaruga messi nel mezzo dei cappi del mage, che è legato nel centro, e forcine chiamate nakazashi, decorate con lacca spruzzata d'oro (mimikaki) e sporgenti dal di sotto della parte destra del mage.
Sulle scene kabuki le donne più anziane di solito adoperano un kitsuke di seta meisen a strette strisce. Nei drammi ambientati d'inverno usano il caratteristico abito detto nenneko ( nenne è un espressione che significa andare a dormire; ko significa bambino ), fatto in maniera da coprire sia la madre che il bambino portato sulla schiena: il tessuto è di seta, resistente e grossolano,mediamente ha disegnate larghe strisce; il naga juban di chirimen, blu nella parte centrale,ha maniche color grigio.la sottoveste è di chirimen bianco, l'obi è il kujira,in un modello spigato (hattan) davanti, e di raso nero dietro. Le donne più anziane mettono esclusivamente la parrucca goma no marumage, realizzata mischiando capelli color sesamo, neri e bianchi.
Le concubine o le padrone delle case di piacere (mekake),indossano abiti di stoffe leggere e lussuose a righe. Le parrucche sono del tipo habutae maru tabo no wari ganoko, decorate con fazzoletti di color porpora brillante, legati nella parte superiore per separare il mage, con pettini di tartaruga e forcine abbellite con palline di corallo.
Il kitsuke delle geishe, givani educate all'arte della danza, del canto e del suonare diversi strumenti (da non confondere con le cortigiane, oiran), è realizzato con chirimen o con fine crespo di seta, detto omeshi, decorato con srisce medio larghe o con disegni koman; il naga juban è rosso ed è reso più elegante con dei disegni floreali sul colletto, l'abito è fasciato da un maru obi, che gli conferisce un caratteristico effetto drammatico, costituito da una larga fascia in un pezzo unico, con i nastri del nodo pendenti verso il basso. Le geisha portano una parrucca in stile habutae tsubushi shimada, realizzata nella parte posteriore con capelli veri (ji tabo), pettinati senza imbottiture o particolari stiramenti. Lo stile della parrucca e il numero delle decorazioni dipendono dall'età e dal rango della geisha. Per le occasioni formali le geisha abitualmente vestono il suso moyo kimono, con una gonna a disegni vividi chiamata Edo zuma, decorata nella parte superiore con cinque stemmi di famiglia; il colletto è bianco o rosa luminoso o blu pallido o di simili colori brillanti. La stoffa di base dell'abito può essere bianca o blu o porpora o di altri colori. Con i costumi formali si mettono lo hakata obi oppure il maru obi annodati nello stile del salice piangente con lunghe code. Nel teatro kabuki le geisha , in maniera caratteristica quando servono gli ospiti, allacciano l'obi dietro la schiena per formare un unico e basso cappio.
Il costume da cerimonia delle oiran, delle yujô e delle keisei rappresenta l'interpretazione teatrale degli splendidi abiti delle cortigiane durante il periodo Bunka Bunsei, caratterizzato dal lusso, da un orgia di colori e dalla bizzarria degli ornamenti. Tuttavia le fantasie delle reinterpretazioni kabuki non sono lontane dalla realtà, come testimoniano le tipiche silhouettes delle oiran rese famose dai dipinti di Utamaro. Le cortigiane di Osaka e Kyoto, che usavano abiti particolarmente lussuosi durante le annuali processioni, portavano l'obi allacciato davanti con un largo nodo, connotando in questo modo la professione esercitata; le più giovani con l'obi messo nel modo tradizionale, rendevano manifesta l'attività con i colori assai brillanti degli abiti e con un comportamento improntato ad una studiata e raffinata eleganza. Le oiran indossano i medesimi indumenti sia nel jidaimono che nel sewamono e la sola differenza per gli onnagata va ricercata nel tipo di dramma interpretato, e cioè dramma in stile Kamigata o in stile Edo. Lo shikake o uchikake, abito lungo e largo di colore nero, è reso più attraente con disegni di buon auspicio, una combinazione di pini, bambù e fiori di susino, la più usata nella storia del disegno giapponese, ricamati in verde smeraldo, verde scuro e rosa scuro e mischiati con fili di seta dorata, argentata e di molti altri colori. Cucendo gli orli degli abiti, molto larghi e a strascico, uno sopra l'altro, dal basso verso l'alto, si ha l'esatta cognizione del numero dei vestiti portati. Nel kabuki le oiran indossano uchikake con disegni diversi: draghi dorati e nuvole trafitte dai raggi del sole,curiose commistioni di leoni e farfalle, paesaggi, uccelli e molte altre decorazioni magnifiche a vedersi. L'abito delle oiran di Edo è reso particolarmente elegante dal manaita obi, splendidamente ricamato e molto più largo di tutti gli altri obi, legato davanti con code lunghe sino a terra che coprono quasi completamente il davanti del vestito. L'obi è interamente ricoperto di fantasiosi disegni, realizzati con fili di seta verticali cuciti delicatamente a fili trasversali come in una ragnatela.
Per agevolare i movimenti le cortigiane sollevano le gonne durante le processioni: questa azione consentiva al pubblico di ammirare i loro piedi, completamente bianchi e calzati con alte geta laccate di nero. Un fascio di fogli bianchi piegati è riposto sotto il colletto del kitsuke all'altezza del seno: nel teatro kabuki si fa largo uso di questi fogli, usati come fazzoletti, come stoffa per pulirsi, ecc.; un foglio di carta piegato è una caratteristica peculiare dell'abbigliamento in molti ruoli kabuki. Le oiran di Edo e dell'area di Kamigata indossavano molto spesso il kimono in stile heyagi (heya significa camera, ki abito), chiamato donuki ( do , tronco ; nuki , cambiato), quando intrattenevano gli ospiti; il donuki kimono ha le parti superiore e inferiore di colori differenti. Sopra il kitsuke si mette l'uchikake, abbellito con disegni di alberi di susino e di panorami avvolti nella nebbia su fondo porpora, e con il colletto di raso color porpora cucito lungo i bordi con filo bianco. La parrucca, in stile maru tabo no tsubushi shimada, ha i capelli posteriori del mage tirati e gonfi verso il basso ed è decorata con pezzettini di stoffa rossa. Tradizionalmente le oiran tirano verso l'alto gli orli degli uchikake e dei kitsuke, graduando l'apertura dell'obi al fondo degli abiti per consentire una fugace visione dei bellissimi naga juban. A causa della somiglianza dell'abbigliamento le oiran dell'area di Kamigata, sono spesso confuse con le geisha.
Il costume portato durante la stagione estiva dalle oiran di Kamigata può essere tessuto con rô, garza di seta a strisce verticali o orizzontali di colore porpora con tonalità bianche e marrone, nella parte inferiore con disegni di begonie rosa e di ruscelli gorgoglianti. Il maru obi è impreziosito con disegni di crisantemi bianchi combinati con shikishi, foglietti quadrati di carta colorata simili a quelli usati per scrivere poesie. Nel teatro kabuki, quando ricevono gli ospiti, le oiran cambiano l'abito almeno una volta; nello stile dell'area di Kamigata le cortigiane possono riapparire indossando un bianco yukata di crespo di cotone a disegni mediamente grandi, con una fascia di leggero crespo di luminoso chirimen giallo e verde per aggiungere al costume un pizzico di bizzarria.
Un ruolo molto interessante sulle scene kabuki è quello dell' akuba o donna malvagia (aku=cattiva,ba=donna), anche se non necessariamente l'akuba è un personaggio anziano o una prostituta; spesso, più semplicemente, è una donna di mezza età. Tutte le akuba vestono il medesimo costume: kitsuke in tessuto a piccoli disegni oblunghi blu con il colletto ricoperto di raso nero, yumoji di chirimen blu luminoso, obi scozzese legato in alto davanti con corte corde. Spesso le akuba portano un corto hanten, abito a disegni spruzzati di bianco su fondo blu medio con colletto e parte inferiore di raso nero. Di solito l'akuba usa, gettato disinvoltamente su una spalla oppure in qualche altro modo, un fazzoletto a pois chiamato mameshibori. La parrucca è una habutae no uma no shippo in stile cresta di gallo (tosaka), con il ciuffo a coda di cavallo corto e diviso nel mezzo, pettinato da un lato e piegato in avanti. Come per molti altri personaggi lo stile dell'acconciatura può variare anche di pochissimo in accordo con il tipo rappresentato.
1.5 COSTUMI MASCHILI E ONNAGATA PER I DRAMMI SHOSAGOTO.
Nella maggior parte dei drammi shosagoto il danzatore indossa un costume che connota il ruolo interpretato. Nelle danze derivate dal teatro noh gli abiti sono simili ai modelli originali, ricchissimi abbelliti da ricami preziosi ( anche il vestito dei pescatori è di broccato splendido ): sono ispirati agli indumenti di corte del periodo Heian, realizzati con la superiore magnificenza richiesta dall'uso teatrale. Talvolta la versione kabuki di questi abiti è ancora più esagerata. Lo hakama degli attori del teatro noh, chiamato seigo no mizugoromo, molto largo sulla schiena, è soprattutto tipico di personaggi maschili che non siano vestiti con il formale shitarare di lino. Nelle danze comiche i servi adoperano il kamishimo sopra un kimono a quadretti. Gli onnagata indossano un kimono senza strascico con un soprabito allacciato.
destinazione Ecuador
clicca per vedere altre immagini Mete interessanti Quito
La capitale dell'Ecuador è probabilmente la più bella città del Sud America. Situata a 2850 m sul livello del mare e solo 22 km a sud dell'equatore, può vantare un meraviglioso clima primaverile e uno scenario spettacolare. I panorami di Quito sono dominati dalle montagne, e tra queste svariati sono i vulcani innevati che si ergono a una certa distanza. La città si situa ai piedi del Rucu Pachincha, un monte alto 4700 m. Dal punto di vista architettonico, Quito trabocca di tesori coloniali e l'edilizia moderna nella città vecchia viene tenuta sotto stretto controllo dal 1978, quando la città fu dichiarata patrimonio culturale dall'UNESCO. Il centro antico è pieno di case intonacate di bianco, di tetti in tegole rosse e di chiese coloniali, senza luci al neon che guastino l'atmosfera del passato. La zona settentrionale della città è la parte nuova, dove si trovano gli uffici moderni, le ambasciate, i centri commerciali e gli uffici delle linee aeree. Tra i principali luoghi di interesse della città vi sono il Monastero di San Francisco del XVI secolo, la chiesa più antica dell'Ecuador, la severa cattedrale del XVI secolo, il vicolo della Ronda, perfettamente conservato dal periodo coloniale, ed El Panecillo (il Panetto), una collina con una vista favolosa sulla città vecchia e con una gigantesca Statua della Vergine di Quito. C'è poi tutta una serie di musei abbastanza interessanti, di chiese coloniali e di affascinanti piazze, come pure un mercato indios ai piedi del Panecillo. La movimentata Avenida Amazonas, il pezzo forte della Quito moderna, è un buon posto per fermarsi in un caffè all'aperto e guardare le persone che passano. Di particolare interesse per gli appassionati di creature lucide e viscide è il Vivarium, un museo situato a Reina Victoria, nella città nuova, e dedicato agli amanti e agli studiosi dei rettili e degli anfibi dell'Ecuador. Per la gioia degli erpetologi, vi si può trovare tutta una serie di esemplari quali iguane, testuggini, tartarughe e boa. È possibile trovare una sistemazione economica nella zona di Santo Domingo e sulla Ronda, mentre gli alberghi e i ristoranti di categoria media ed elevata si trovano nella città nuova. Otavalo
La piccola città di Otavalo è famosa per il suo mercato del sabato, risalente ai tempi preincaici. Il mercato è un punto d'incontro variopinto e festoso e gli otaveleños che vi lavorano indossano i loro abiti tradizionali; la cosa stupefacente è che quest'abbigliamento non è una finzione stravagante adottata per stupire i turisti in visita. Gli uomini di Otavalo sfoggiano pantaloni bianchi all'altezza del polpaccio, sandali di corda e poncho double-face blu e grigi e si legano i capelli in lunghe code di cavallo. Le donne indossano bluse dai ricami variopinti, lunghe camicie nere e scialli e si adornano con collane e bracciali di perline in vetro soffiato. Anche se i bianchi e i meticci rappresentano solo un terzo della popolazione regionale, la maggior parte degli indios risiede nei villaggi dei paraggi e si reca in città soltanto per il giorno di mercato. Per creare i propri vestiti e i tappeti, gli otaveleños usano i telai tradizionali, e i loro prodotti sono oramai tanto richiesti che hanno aperto botteghe in tutto l'Ecuador e commerciano direttamente con negozi ed empori statunitensi ed europei. Sono tre le plaza in cui il mercato si presenta in tutto il suo splendore, fra queste la Plaza Poncho è il luogo dove si vendono principalmente oggetti d'artigianato e dove potrete trovare una vasta gamma di coperte di lana, sciarpe, poncho e tappeti. La contrattazione è considerata una specie di arte. Otavalo è situata a nord di Quito a una distanza di due o tre ore di autobus. Il taxi è l'unico altro mezzo per raggiungere la città da Quito. La strada dei vulcani
La lunga vallata che, situata a sud di Quito, porta fino a Cuenca è fiancheggiata da due catene montuose parallele che offrono panorami selvaggi e annoverano nove delle dieci cime più alte del paese. La metà della popolazione del paese vive in questa vallata coltivandone il ricco suolo vulcanico. L'area è punteggiata di villaggi indigeni isolati dove lo stile di vita non sembra essere cambiato per nulla nel corso dei secoli e dove ciascuna comunità sfoggia un diverso stile nell'abbigliamento tradizionale. Nei giorni di mercato i paesi più grandi, quali Saquisilí, Pujillí, Zumbagua, Sigchos e San Miguel de Salcedo, si riempiono di persone provenienti dai villaggi circostanti. La pacifica comunità di Salinas è rinomata per i suoi latticini e i salami fatti in casa e per i prodotti artigianali in lana. Molti di questi villaggi possono essere raggiunti solo a piedi. L'autostrada panamericana, che percorre l'intera vallata, è costellata di panorami spettacolari. Cuenca
Fondata dagli spagnoli nel 1557, con i suoi 285.700 abitanti Cuenca è la terza città in ordine di grandezza dell'Ecuador e una delle più graziose. Il centro antico è ricco di chiese e case del XVI e XVII secolo che fiancheggiano le strade rivestite di un acciottolato da slogature. Poiché la maggior parte degli alberghi si trova in prossimità del centro antico, Cuenca è un posto ideale per trascorrere qualche giorno di relax in un'atmosfera coloniale. È da notare che gli abitanti della città sono anche più conservatori di quelli di Quito e scoprirete presto che se non vi vestite e non vi comportate in modo appropriato attirerete l'attenzione di tutti. Quando sarete stufi dell'ambiente pittoresco e coloniale, prendete la strada che va a nord e percorrete i 50 km che vi condurranno alla fortezza inca di Ingapirca, la rovina precoloniale meglio conservata dell'Ecuador. Cuenca è situata a sud di Quito, da cui dista circa 11 ore di autobus. Dall'aeroporto locale partono voli giornalieri per la capitale e per Guayaquil. Le autostrade che portano in città non sono in buone condizioni e la stazione ferroviaria è chiusa da tempo. La provincia dell'Oriente
Questa vasta regione situata nelle pianure del Bacino delle Amazzoni è disseminata di enormi aree di foresta pluviale e attrae i turisti interessati alla storia naturale, all'ecologia, agli habitat tropicali, alle tribù indigene, al birdwatching e alle passeggiate nella giungla. Purtroppo, alcune guide turistiche senza scrupoli organizzano anche escursioni tra le comunità indigene 'primitive' che consentano ai turisti di vedere gli indiani 'veri'. Evitate queste avventure. Le città principali dotate di servizi della regione sono Macas, Puyo, Tena, Coca e Lago Agrio. Il villaggio di Mishahuallí, situato in prossimità di Tena, è un buon posto per organizzare escursioni nella giungla. L'Oriente è diviso dal Río Pastaza in una regione settentrionale e una meridionale. Quasi tutte le strade dell'Oriente meridionale non sono asfaltate e, nella stagione delle piogge, sono esposte a smottamenti e ad altre possibili cause di ritardo: il periodo compreso tra giugno e agosto è il peggiore da questo punto di vista. Dunque, se visitate la regione nella stagione delle piogge non pianificate una tabella di marcia troppo rigida. Il momento migliore per recarsi nell'Oriente è la fine di agosto o il periodo che va da dicembre alla fine di febbraio. Il sistema stradale dell'Oriente settentrionale e i suoi collegamenti con la capitale sono molto più agevoli. La regione è servita da due strade che conducono a Quito, da diverse linee di autobus, da canoe a motore e da un numero di voli sei volte maggiore di quello che serve l'Oriente meridionale.
Isola di Capri Perla del Mediterraneo
Capri: l'immagine di un sogno
Scrivere oggi di Capri, quando se n'è scritto all'infinito e in tutte le lingue; parlare di quest'isola, definita la più bella fra tutte le bellezze del creato; parlare degli uomini di primissimo piano che vi sono approdati per pochi giorni, o per mesi, o per restarvi tutta la vita e che, ammaliati dal suo fascino, hanno fatta diventare il salotto culturale ed esteta del mondo; parlare dell'indole dei suoi abitanti, gentili e tenaci lavoratori, ha, oggi, il solo significato di trascrivere il vissuto umano di un secolo e mezzo di storia, in base alle testimonianze di migliaia di scrittori.
E significa mettere a confronto queste testimonianze del passato con quella che è l'immagine odierna dell'isola.
Certamente a chi giunge a Capri nella stagione turistica, che qui dura sei mesi, da maggio ad ottobre, con uno dei numerosissimi aliscafi o con una delle mastodontiche navi, troppo grandi per un porto così piccolo, navi che vomitano sul molo centinaia di persone al giorno, l'isola offre lo spettacolo di una selva di alberi di imbarcazioni di tutti i tipi che affollano, fino all'inverosimile, il porto passeggeri e quello turistico, facendo uno stridente contrasto con la tranquillità naturale del paesaggio i moderni vacanzieri che approdano oggi, tranne i turisti, per lo più stranieri, che ancora restano a bocca aperta davanti al profilo dell'isola e alla coloratissime casette di Marina Grande, sono solo pronti a dare l'assalto alle sedie della celebre piazzetta, "il salotto del mondo", o alle spiagge, insozzandole di rifiuti, o ad affollare le strade del centro, alla ricerca del souvenir o del capo d'abbigliamento" made in Capri".
I turisti di oggi non sono affascinati dal paesaggio o dal canto delle sirene come i primi visitatori del '700 e specialmente dell'800, che hanno creato il mito del celebre scoglio.
In questa che Norman Douglas definì "La terra delle Sirene", le sirene non cantano più, o almeno, cantano quando, finita la stagione balneare, Capri torna ad essere se stessa; torna ad offrire i suoi più vividi colori, non appannati dalla foschia della calura estiva o dalle mefitiche esalazioni dei motori. Torna ad offrire il sogno della sua immagine - sia pure con il cemento che ha ricoperto le sue verdi pendici - immortalata, alla fine del '700, dal tedesco Jacob Philipp Hackert e, nella prima metà dell'800, dal nostro Giacinto Gigante.
A loro fece seguito, per tutto 1'800 e la prima metà del '900 una generazione di pittori che hanno amato e valorizzato l'isola, e che rispondono ai nomi di Witting, Carelli, Lanza, La Volpe, Smargiassi, De Gregorio, Casciaro, Diefenbach, Migliaro, Coleman, Pratella, Viti e tanti altri i cui dipinti abbelliscono le sale del Museo Nazionale di Capodimonte e il Museo Nazionale di San Martino.
A metà '800 arriva a Capri la fotografia e materializza il sogno dell'isola in bianco e nero, moltiplicandola all'infinito e diffondendola in tutto il mondo: James Gralham, Robert Rive, Giorgio Sommer e poi i nostri Alinari e Brogi, che preparano il terreno alla cartolina. L'isola viene fotografata in tutti i suoi angoli: uno sterminato catalogo di immagini che, con i fotografi napoletani Guida, Esposito e lo stesso Arturo Cerio, fratello del più celebre Edwin, raccontano allo stesso tempo, la presenza umana dell'isola. Fotografano la vita dei pescatori e dei contadini, i matrimoni, le feste di piazza, l'architettura delle case, dal tipico stile detto, appunto, "caprese"; mettono in posa le popolane, si arrampicano sul Monte Solaro, sul Castiglione, sulla rupe di Tiberio a fotografare il Paradiso.
Ed insieme a questi artisti approda nell'isola a metà '800, una moltitudine di personaggi di spicco che creano il suo mito, primi fra tutti i Russi, che danno inizio al turismo, seguiti dai Tedeschi, dai Francesi, dagli Inglesi e dagli Americani, senza parlare delle personalità italiane e quelle di tutto il mondo.
Pittori, scultori, poeti, musicisti, intellettuali, scienziati, politici, e poi, regnanti, principi, sceicchi, nobili: tutti sono rimasti ammaliati dalla bellezza dolce e nello stesso tempo aspra dell'isola e dalla cortesia dei suoi abitanti.
Ma se, fra quelli che sono stati i personaggi dell'800, l'epoca d'oro di Capri, pochi erano i "normali", nel senso borghese della parola, tutti avevano una dote comune: lo "charme" che li ha distinti dai loro successori.
Capri è stata sempre sinonimo di trasgressione e di eccentricità. Anche in epoca più vicina a noi, mettere il piede nell'isola, non si sa perché, metteva addosso un'euforia, una voglia di distinguersi dagli altri con qualcosa di originale, di unico, per la sola gioia di stupire.
Negli anni sessanta, settanta, molti camminavano scalzi perché Jacqueline Kennedy aveva lanciato questa moda, nonostante l'isola fosse famosa nel mondo per i suoi sandali di corda, chiamati appunto "capresi" Si sfoggiavano le toilette più stravaganti, i gioielli più vistosi; era molto chic per le signore portare in testa una paglia a grandi falde e, sotto di essa, un foulard. Si faceva l'alba nelle ville private e a gara a chi organizzava la festa più spettacolare. Le signore uscivano sempre in lungo la sera, mentre i loro accompagnatori sfoggiavano elegantissime camicie e pantaloni scuri. Delle volte si sbizzarrivano con le giacche, dai colori impossibili, ed in queste "mise" gli Americani battevano tutti.
Ogni epoca ha avuto i suoi personaggi, rimasti nella memoria per la loro simpatia, per la loro classe ed anche per le loro stranezze.
La mia epoca è stata quella di "Mare Moda", la bella manifestazione che si svolgeva nel chiostro della Certosa di San Giacomo e che vedeva i più grandi sarti di tutto il mondo presentare, in scenografie meravigliose, i costumi e i vestiti estivi che da Capri inondavano il mondo. Chi può dimenticare i mantelli da gran sera, dal taglio impeccabile, del grande sarto, il marchese Emilio Pucci? O i copricostume coloratissimi e gli originali accessori del grande amico Livio De Simone? Erano inconfondibili per essere dipinti a mano, per l'accostamento dei colori e per il gusto del loro creatore.
"O sole! E' bello o sole!" andava cantando l'esuberante Livio, passando da un tavolo all'altro dei caffè della piazzetta e tutti se lo contendevano.
I Kennedy erano tra gli habitué dell'isola; Onassis e la Callas, ogni anno arrivavano sul bellissimo panfilo "Christina" e la sera si deliziavano, nei più famosi ristoranti, ad ascoltare la voce melodiosa, del chitarrista "Scarola", al secolo Giuseppe Savarese. Le più importanti star di Hollyvood occupavano i tavoli della terrazza-bar del "Quisisana"; Peppino Di Capri cantava "Roberta", dedicata alla prima moglie.
E parlando di ristoranti, il più famoso di tutti era "La Pigna", il cui emblema era appunto quest'albero, incorporato nel bel mezzo del salone principale e svettante, con il suo ombrello illuminato dai riflettori, su tutto il lato nord dell'isola. Chi può dimenticare la gentilezza dei suoi proprietari, il pittore Luigi De Gregorio, che teneva più ai suoi quadri che alla gestione del ristorante, la povera moglie, Giuseppina, che sfacchinava tutto il giorno, dormendo appena tre ore o quattro ore a notte, e il simpatico figlio, l'instancabile e affettuosissimo Renato?
Al mattino, quando i primi villeggianti incominciavano a scendere alle spiagge di Marina Piccola, Letizia Cerio, l'ultima della grande dinastia dei Cerio, già risaliva. Faceva i bagni anche in pieno inverno e per riscaldarsi, indossava un pesantissimo giaccone di lana e correva per un'ora sulle terrazze della "Canzone del Mare". Quando riceveva nel suo turrito castello, aveva l'abitudine di tenere sempre in mano delle pietre di ambra, che servivano a calmare i nervi, diceva.
Chi può dimenticare quei piattoni di fiori di zucca imbottiti e croccanti che ci faceva trovare Augusto, il nipote della bella Carmelina, la danzatrice della rupe di Tiberio, allorché, trafelati, arrivavamo fin lassù? Lo chiamavano "L'imperatore di Capri" perché gestiva il suo piccolo ristorante proprio sotto Villa Iovis, la reggia del grande e dissennato imperatore. Dal celebre salto, quando non c'era foschia, riuscivo a distinguere perfino le sagome inconfondibili del Monte Stella e di capo Palinuro.
Edda Ciano,. imitando i baccanali in onore del dio Mitra, il cui culto era diffusissimo a Capri ai tempi di Tiberio, dava le sue feste orgiastiche nella grotta naturale del Castiglione, collegata alla sua villa da un impervio sentiero, quasi fosse un nínfeo romano. Roger Peyrefitte se la spassava con i suoi baldi giovanotti e le coppie di gay erano una normalità II giorno dell' 'Indipendente Day americano, il 4 luglio, c'erano tutti alla sfilata e tutti di bianco vestiti, (il loro segno di riconoscimento) per far spiccare meglio la loro abbronzatura Partendo dalla gioielleria "La Campanina" di Alberto e Lina Federico, organizzatori della festa in onore della numerosa colonia americana, si dirigevano al ristorante "La Pigna" a banchettare, seguiti dalla banda "Putipú" di Scialapopolo, che, in una barca, suonava i tipici strumenti popolari. Sasà Macrì vantava il suo amore con Soraya e i play boy le loro avventure.
E mentre gli intellettuali e gli scienziati se ne stavano rintanati nelle loro belle dimore di Anacapri, in piazzetta si doveva fare a gomitate per camminare.
Pupetto Sirignano, ossia il principe Francesco Caravita di Sirignano, che ha vissuto una vita a Capri, alternando l'isola col resto del mondo, nelle sue sporadiche apparizioni in piazza, soleva dire: "Quando vedo gente "banale" sbarcare a Capri, sento una fitta al cuore. Vorrei che fossero tutte persone favolose, eccezionali, eleganti, giovani e belle. Vorrei che Capri fosse frequentata solo dalla "fine fleur" dell'umanità".
Ma si sa: tutto cambia e non bisogna attaccarsi al luogo comune: "Come era bella una volta!" Capri è sempre li, con i suoi paradisiaci panorami e basta allontanarsi dalle strade del centro, prendere la via di una qualsiasi delle sue romantiche passeggiate per trovarti a tu per tu con la natura, bearti dei profumi delle fiori e delle erbe selvatiche o dei gelsomini, di cui è impregnata l'aria.
Il suo mare è sempre azzurro; il tramonto inonda di luce ramata il monte Solaro e Villa Iovis; i gabbiani danno la buona notte agli abitanti dell'isola con le loro stridenti urla, quasi umane; volteggiando da una roccia all'altra; forse c'è ancora la lucertola azzurra sui Faraglioni.
E la luna di luglio e di agosto, quando si affaccia proprio fra i due magici scogli, inondando d'argento lo specchio d'acqua della Piccola Marina, costituisce sempre uno degli spettacoli più belli che occhio umano abbia mai visto.
Renata Ricci Pisaturo
I CAPRICCI DELLA MODA DI MILLE ANNI FA
La dinastia Tang (618 907) mise fine a quattro secoli di contese e inaugurò un’era di relativa pace e stabilità, consentendo alla gente di sviluppare un gusto più raffinato nel vestire. Gli stili di quest’epoca dovevano restare in voga fino alla fine delle Cinque Dinastie (907 960).
Vestiti secondo le condizioni sociali Il colore era un’indicazione del rango sociale. Il giallo sostituì il rosso della precedente dinastia Sui come colore di marca degli ufficiali della corte. Il rosso, il blu, il verde e il nero erano i colori per gli ufficiali di livello inferiore, mentre il bianco non aveva alcuna importanza. Anche la materia delle stoffe usate per confezionare gli abiti aveva un valore di segno. Gli ufficiali e i membri delle famiglie ricche vestivano di seta e di broccato che potevano essere ricamati, dipinti o stampati con disegni sfarzosi. Il resto del popolo vestiva con tessuti di canapa, benché taluni occasionalmente si permettessero indumenti di semplice seta. Gli ufficiali Tang portavano un tipo di abito lungo fino alle caviglie con colletto rotondo e maniche strette. L’abito era ornato al ginocchio da una linea che ricordava lo stile degli Stati Combattenti. Una cinghia rossa, stivali neri e un cappello di tessuto sottile nero completavano la divisa. L’abbigliamento dell’imperatore differiva leggermente da quello dei suoi ufficiali, a parte il colore di livello superiore, il valore speciale delle stoffe e le decorazioni più raffinate. Quelli che non avevano interesse per l’ultima moda conservavano quella precedente dell’abito diritto con colletto alto e maniche larghe. Per la gente del popolo l’indumento quotidiano era costituito da giacche corte di colore non chiaro e da calzoni. I servi indossavano sandali di corda o di paglia e giacchette con gli orli abbastanza ampi da potere essere annodati alla vita. I cappelli neri di tessuto sottile della dinastia Tang erano per se stessi uno spettacolo. Avevano avuto origine durante la dinastia dei Wei del Nord (530 577) ed erano fissate sul retro del ciuffo da due bende annodate in cima al cappello. Due nastri pendevano sul collo lungo la nuca. Con la dinastia Song (960 1279) i nastri erano diventati rigide falde che si estendevano dai due lati del cappello. La moda femminile All’inizio della dinastia Tang le donne cominciarono a indossare cappelli a tese larghe, avvolti in veli che cadevano sulle loro spalle, lasciando vedere soltanto il viso. Cappelli per il sole di questo tipo sono ancora popolari fra le donne nei villaggi della Cina meridionale. Gli aristocratici dei Tang si stancarono dei cappelli, in un certo senso ingombranti e pesanti, ma conservarono il gusto dei veli che continuarono a portare intorno alla fronte. Per le donne, l’abbigliamento quotidiano era costituito da una blusa e una gonna. Acconciavano i capelli in trecce e usavano false crocchie per aumentarne l’altezza. Le loro scarpe avevano punte quadrate o rivolte in alto, erano popolari e potevano essere fatte di ogni tipo di materiale, dalla canapa alla seta, al broccato. Durante le dinastie del Nord e del Sud (420 581) l’indumento superiore diventò più corto, le maniche si restrinsero e la gonna si allungò. Più tardi la moda fu rovesciata. Le maniche aumentarono di trenta e più centimetri di larghezza, salvo a restringersi di nuovo dopo l’arrivo al potere della dinastia Sui, nel 581. Quando le signore delle famiglie aristocratiche cominciarono a indossare indumenti con maniche strette e bluse con maniche larghe, la combinazione dei due capi di vestiario diventò di moda. Il “mezzo braccio” era una giacca corta senza colletto o con un colletto rivolto verso l’alto, chiusa sul davanti, in basso, da nastri. Le maniche erano lunghe fino ai gomiti. Questo capo di vestiario divenne così popolare che anche gli uomini per un certo tempi cominciarono a indossarlo. Il pibo, uno scialle di tessuto leggero stampato, cadente su una spalla e attorcigliato all’altro braccio, costituiva l’accessorio stilistico del “mezzo braccio”.
Meno separazione La dinastia Tang, al tempo dei regni degli imperatori Tai Zong e Xuan Zong, fu testimone di strette relazioni fra le varie nazionalità e più frequenti contatti con i paesi stranieri. Vestire “occidentale” diventò la mania del tempo. Le donne portavano cappelli di broccato dorato, giacche lunghe fino ai ginocchi, cinture di pelle, pantaloni a righe e scarpe di broccato. In nome della moda i loro capelli erano ordinati nella forma di un uccello ad ali spiegate. Sulle loro fronti erano dipinte stelle gialle, mezzelune sulle gote e punti di carminio sulle guance. Le labbra erano adorne di nero lucente e le facce di ocra. Le sopracciglia erano rasate e sostituite da linee dipinte. Disegni di uccelli e di fiori erano incollati al volto. Con le Cinque dinastie queste usanze si erano sviluppate fino all’assurdo, a un livello quasi disgustoso nel nordovest, dove le donne usavano otto pettini di oro, argento, giada e avorio come ornamento dei capelli. Quando la dinastia Tang arrivò al suo declino, le donne presero più grandi libertà nei loro vestiti. Ma le maniche di oltre un metro e lo strascico di trenta centimetri furono stimati non decorosi e aboliti con decreto.
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LA MODA AI TEMPI DEI SONG E DEGLI YUAN
Durante la dinastia dei Song, l’accento riguardo alla moda del vestire era sull’eleganza. Le donne indossavano giacche con risvolti aperti e acconciavano i capelli in modi eccentrici. Con la dinastia della minoranza mongola degli Yuan, la classe dominante diede grande importanza alla sontuosità dei vestiti: gli uomini usavano stoffe pesantemente ricamate e le donne portavano diademi di gemme e di perle. Durante la spedizione per unificare il Sud, l’imperatore che fondò la dinastia dei Song (960 1279) ottenne enormi quantità di tessuto, compresi molti milioni di rotoli di seta e di broccato. A dimostrazione della sua ricchezza l’imperatore vestì le sue 20 mila guardie d’onore con uniformi di seta ricamata e stampata. Il governo dei Song doveva inoltre presentare ogni anno doni di seta ai parenti della famiglia imperiale e agli ufficiali nei colori stabiliti secondo il rango. Il costume ufficiale consisteva in una veste a maniche larghe, in un copricapo di velo nero leggero con tese rigide, mentre l’abito quotidiano era una blusa a maniche strette e colletto tondo, completata da un copricapo a tese morbide e cadenti e scarpe di tela. Invece i vecchi, già vissuti ai tempi dei Tang, conservavano la veste slegata ad ampie maniche e il cappello alto che si diceva fosse stato adottato per primo dal maestro Song, Su Dongpo, e che era ancora in uso durante la dinastia Ming. La servitù acconciavano i capelli in due anelli vicino alle orecchie. Speciali copricapo Mentre la povertà aumentava e le stoffe diventavano più costose, gli indumenti dei contadini e dei pescatori si ridussero di lunghezza. Per contro, le mogli dell’imperatore e le principesse vestivano con mode stravaganti. I loro abiti erano ricamati con perle e gemme e così i drappi che coprivano sedie e sgabelli. I diademi erano adorni di ogni tipo di pietre preziose. Un copricapo dei Song mostra una scena di fate che accompagnano la dea madre ad un banchetto. Si tratta di fatto di un piccolo palcoscenico montato sulla testa, con due tese ricadenti sulle spalle. Benché le donne delle famiglie aristocratiche e degli ufficiali non vestissero lussuosamente come agli inizi della dinastia Tang, tuttavia si distinguevano per l’eleganza dello stile e l’abuso del colore. Il bianco, il colore del lutto, abitualmente indossato durante la Festa di Qingming (Chiaro e splendente) diventò insieme quello preferito, mentre le bluse strette e lunghe fino ai ginocchi con risvolti aperti incorniciavano, accentuandone la magrezza, esili figure di donne. La dinastia Song perfezionò rispetto ai Tang la decorazione dei capelli femminili che divennero come giardini dai cento fiori. Le più modeste ordinavano i loro capelli in forma di fiore di magnolia, mentre le più audaci potevano acconciarli in forma di uccello munito di ali, con un cappello-pagoda sulla cima, fatto di velo ripiegato e fissato da un pettine d’osso, lungo trenta centimetri. Malgrado la disapprovazione ufficiale, queste mode si diffusero largamente fino a che nuovi stili capricciosi le sostituirono.
I costumi delle minoranze Durante i periodi dei Song del Nord e del Sud, gli scontri fra il governo Han e i capi delle minoranze del nord diedero origine a incroci e sviluppi nuovi di cultura e di costumi. La maggior parte delle donne della minoranza Xia occidentali indossava giacche con colli accuratamente ricamati, mentre quelle Khitan e Nuzhen usavano cappotti lunghi fino al ginocchio, a maniche strette e colli rotondi e calzoni per cavalcare e cacciare. Gli uomini avevano capelli rasi sul cocuzzolo e intrecciavano i rimanenti o li lasciavano ricadere dietro le orecchie. Soltanto alle persone in posizione sociale elevata o che pagavano per averne diritto, era consentito legare i capelli con tele, secondo lo stile Tang. Le donne portavano vesti lunghe fino ai piedi con maniche strette e risvolti fermati sulla sinistra, esattamente l’opposto dell’uso Han. Nello stesso tempo, durante il periodo Song, divennero popolari con le donne Khitan delle classi inferiori “calzoni a calza” aderenti, successivamente proibiti come sconvenienti. I governanti dei Liao e Jin introdussero il costume meridionale per gli ufficiali Han al servizio del loro regime e permisero loro di indossare le divise degli ufficiali Tang e Song. Gli abiti da cerimonia dei Liao erano ricamati con disegni di paesaggi e animali per indicare i differenti gradi. Durante la dinastia Jin si impiegavano decorazioni floreali per designare i gradi. L’ufficiale di grado più basso non aveva decorazione o soltanto quella del sesamo, cucita sulla divisa. Poiché la foggia del vestire degli uomini Khitan consentiva maggiore facilità di movimenti, fu adottata anche dagli Han. Le guardie d’onore di famosi generali avevano divise più o meno simili a quelle dei Jin. È possibile che codeste influenze derivassero da considerazioni politiche, ma più probabilmente rispondevano anche ai bisogni pratici.
La corona Gu-Gu Nel 1271 il mongolo Kublai Khan conquistò il territorio dei Song del Sud e salì sul trono della Cina, dando origine alla dinastia Yuan. Per circa 100 anni, gli ufficiali Han conservarono lo stile Tang servendo i Mongoli, mentre gli ufficiali mongoli indossarono cappelli a cresta e indumenti con risvolti incrociati. La classe inferiore e quella media preferivano cappelli a forma di cono e vestiti pieghettati alla cintola che rendevano più facile il cavalcare. Gli uomini mongoli acconciavano sulle fronti una ciocca di capelli e stringevano il resto della chioma in un anello o in una “S” sulle orecchie. Anche l’imperatore adottò questo stile. Le donne generalmente legavano i capelli in un chignon e per i nobili una “corona gu-gu” alta mezzo metro veniva fissata in cima alla capigliatura. In particolare, gli imperatori usavano ogni tipo di cappello, decorati con perle e giade. Il governo Yuan aveva l’abitudine di tenere ogni anno più di dodici incontri di corte, ai quali partecipavano migliaia di ufficiali, rivestiti degli abiti da cerimonia di identico colore, stile e ornamento, una stravaganza senza precedenti. Ma più tardi questo stile di indumenti fu adoperato per le uniformi dei servitori della dinastia Ming come per una specie di ironia della storia.
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I COSTUMI DEI MING E DEI QING
Quando Zhu Yuanzhang, l’imperatore fondatore della dinastia Ming, strappò il potere ai nobili mongoli nel 1368, tentò di eliminare l’influenza nel costume Han, ordinando di far rivivere gli stili propri dei Tang. Ma non avendo molto tempo da dedicare a problemi di stile, si accontentò di restaurare l’antica moda del vestire soltanto per gli ufficiali della corte. Del resto, la classe dominante ha sempre cercato di imitare lo stile di abiti degli ufficiali della corte come segno di potere. Il colore giallo era considerato come regale sin dai tempi Tang e Song e gli abiti col motivo del drago, di uso imperiale esclusivo per cui gli imperatori Ming indossavano vestiti gialli ricamati con disegni di draghi. Agli aristocratici e ai ministri era consentito di portare indumenti decorati con disegni di serpenti, ma poiché il serpente rassomigliava troppo al drago e poteva essere confuso fu proibito.
Gru e orsi Il vestito da cerimonia per ministri e generali era slegato, con il risvolto destro aperto e una appendice attaccata al lato sinistro, nota col nome di bai. Le stoffe comprendevano ramie, mussolina, raso e seta di vari colori e disegni. Gli ufficiali di alto rango indossavano indumenti rossi con grandi disegni; quelli di livello medio indumenti blu scuro con disegni piccoli; quelli di rango inferiore indumenti verdi senza disegni. Questi modelli per lo più ripetevano le tradizioni Song e Yuan con una eccezione e cioè l’aggiunta di un buzzi, un pezzo di seta di 50 centimetri quadrati ornato con differenti disegni e cucito davanti o dietro l’abito da cerimonia. I disegni per i ministri erano uccelli come gru, fagiani e pavoni, quelli per i generali avevano leoni, tigri, leopardi e orsi. La lunghezza delle vesti e delle maniche abitualmente indicava lo stato sociale. Gli imperatori portavano cappelli con falde oscillanti dietro le spalle, mentre quelli degli ufficiali aveno falde lunghe 30 centimetri. L’abito quotidiano veniva indossato con un cappello di velo nero. In inverno l’imperatore poteva offrire ai suoi ministri pellicce per riscaldare le orecchie, analoghe alle moderne mantelline, sciarpe e manicotti. Anche le madri e le mogli degli ufficiali potevano ricevere in dono abiti a larghe maniche e sciarpe di vari colori. Il vestito della gente del popolo seguiva fondamentalmente lo stile tradizionale; ma diventò di moda per le donne giovani, una camiciola chiamata majia, simile alla giacca senza maniche usata dai soldati. L’uniforme diquest’ultimi comportava maniche raccolte e strette ai polsi. Le mogli e le figlie dei cittadini ordinari potevano vestire abiti di colore rosso o blu scuro, i colori ufficiali. Ai lavoratori l’unico colore consentito era il marrone. Ma da quando si cominciò a incoraggiare pubblicamente la coltivazione del cotone, l’abito di cotone diventò accessibile a molti e la qualità degli indumenti migliorò. Gli stili del copricapo seguirono le tradizioni Tang e Song, ma con due aggiunte ad opera di Zhu Yuanzhang, il primo imperatore Ming: quella di un cappello di velo nero e quella di una calotta (papalina) esagonale con perle sul cocuzzolo, fatta di velluto nero o di raso, che restò popolare fino all’inizio del XX secolo.
Trecce Quando nel 1644, i Manchu rovesciarono la dinastia Ming, imposero agli uomini di rasare la testa e di conservare soltanto un codino penzolante sul di dietro, secondo lo stile manchu. Invece della camicetta sciolta, delle calze e scarpe larghe, gli uomini dovevano indossare una giacca attillata a maniche strette, calze strette e scarpe a talloni alti. La divisa ufficiale era costituita da una tunica lunga, coperta da una giacca senza maniche con uno spacco davanti e uno dietro e un pezzo di buzzi (rotondo per i fratelli dell’imperatore), cucito sul petto. I disegni erano simili più o meno a quelli della dinastia Ming. Il personale militare e amministrativo al di sopra dei soldati e dei fattorini indossava piccoli berretti, mentre quelli per gli ufficiali erano cuciti con gemme di differenti colori e tipi secondo il rango: rubini per il primo, corallo per il secondo e così via. I berretti decorati con piume di pavone erano di una distinzione particolare, riservata ai fratelli dell’imperatore e ai ministri favoriti. Una camicia gialla senza maniche costitutiva un favore speciale da parte dell’imperatore e camicie analoghe, di colori differenti, diventarono di moda fra gli ufficiali e i nobili come indumento rituale. Gli ufficiali superiori al 4° o 5° rango usavano inoltre collane di pietre preziose e di legno di sandalo. In generale gli uomini, specialmente proprietari terrieri, mercanti e ricchi indossavano una tunica stretta, con colletto alto, completata da una giacca senza maniche con tasche, sacche e porta ventagli, legati alla cintola. Una “papalina” e una pipa da otto pollici completava la divisa. Durante i regni degli imperatori Kang Xi e Yong Zheng prima del 1730, le donne avevano camicette a maniche lunghe come all’epoca dei Ming. Dopo l’imperatore Qian Long le maniche diventarono lunghe, le camicie sciolte e più corte. Dalla fine del periodo Qing, le donne di città cominciarono ad indossare pantaloni. L’indumento superiore ebbe orli e varie linee di guarnizione alle quali si aggiungevano ciondoli lavorati in oro e in argento. Soltanto a corte si usava il qipao, un vestito attillato con una gonna a spacco che divenne più tardi popolare, ma alcune stoffe costose come la seta e il raso non erano più privilegio esclusivo della gente ricca e influente, anche se pochi fra il popolo dei lavoratori potevano procurarsele. Con la fine del governo autocratico dopo la rivoluzione repubblicana del 1911, i costumi nazionali cinesi entrarono in uno stadio nuovo di libertà e di diversificazione.
Usanze nelle campagne marchigiane del Novecento: i matrimoni" conversazione con Ada Antonietti
Fonte: - comunicati.net -
Di seguito vi presentiamo un'interessante manifestazione svoltasi venerdì 19 Agosto, sulle usanze dei matrimoni nelle Marche.
“Usanze nelle campagne marchigiane del Novecento: i matrimoni” conversazione con Ada Antonietti. Al Museo di Storia della Mezzadria “Sergio Anselmi” secondo appuntamento con “Uomini e paesaggi. Un aperitivo al Museo”.
La conversazione con la Direttrice del Museo di Storia della Mezzadria “Sergio Anselmi” Ada Antonietti ha riguardato le “Usanze nelle campagne marchigiane del Novecento: i matrimoni”.
Fino alla metà del Novecento il rito del matrimonio nelle campagne ha seguito regole ben precise, che vanno dalla “stima” della dote della futura sposa, alla confezione dell'abito nuziale, al pranzo con lancio di confetti. La proiezione con illustrazione di immagini d'epoca ha permesso di percepire in modo immediato un clima del quale molti ancora si ricordano bene.
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09 agosto 2005 Espadrilles che passione!
Fonte: - redazione.romaone.it -
Una delle ultime novità in fatto di tendenza su un particolare tipo di calzatura per la sposa. Le espadrilles, i comodissimi sandali di corda nati nei paesi baschi, quest'anno fanno furore anche nelle sfilate d'alta moda.
In tempo di saldi, i modelli affollano poi anche le vetrine di Roma, dove si trovano in plastica traforata (Pazza Venezia, piazza Venezia), o con i lacci di seta multicolore ad avvolgere il polpaccio (Totem, Campo Marzio). I prezzi? Accessibilissimi: dai 20 euro ai 50. Non di più. E per chi ama coniugare fashion e vintage, perché non chiedere alla mamma? I sandali ultracomodi andavano molto di moda anche negli anni '70.
Per chi volesse farsi un'idea dei modelli più cool, il suggerimento è invece di andare direttamente sui siti web dei produttori locali: come Vallespir Sandales, l'azienda catalana rilevata dall' italiano Rinaldo Muscolino (si chiamerà Vallespir Pied Leger) o quello dell'azienda Garcia, che ha vestito Winston Churchill e Hassan II.
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03 agosto 2005 I vestiti e le mete di tendenza per gli sposi del 2005
Fonte: - guide.supereva.com -
Da questo sito abbiamo estrapolato un articolo riguardo le tendenze della sposa e dello sposo per il 2005 ed alcuni suggerimenti sul viaggio di nozze.
Per la sposa. Oggi le proposte per lei vanno dal vestito con applicazioni in tulle nei toni accesi del rosa e dell’arancio alla guepière abbinata alla gonna sempre in pizzo ma trasgressiva al massimo, fino al coloratissimo abito da collegiale punk. Per chi vuole mantenersi nel solco della tradizione ecco la sposa con la coppola in pizzo bianco oppure le applicazioni Svarovski sull’abito in pizzo e filo di acciaio. Ma c’è chi copre le spalle della sposa con un velo tempestato di perle quasi a ricondurla in un’atmosfera mistica.
Per lo sposo. oltre ai tradizionali smoking e abiti blu, ecco gli abiti cangianti dall’effetto centrifugato. Mentre tra gli invitati dettano legge i jeans decorati con pizzi e perline.
E dopo la cerimonia dove andare in viaggio di nozze? Certo che con le ultime e tristi vicende legate al terrorismo internazionale c’è poco da stare allegri. Ma non scoraggiatevi, sposi novelli: ecco qualche suggerimento "geografico".
Per chi ama i viaggi glamour ecco le Barbados mentre per chi vuole assaporare in pochi giorni atmosfere diverse ideale è la crociera che partendo dalla Florida o dai Caraibi, dove si arriva con un aereo, fa rotta nell’Oceano Atlantico e poi verso l’Europa, toccando Portogallo, Canarie, Spagna o Marocco.
Per chi vuole una vacanza romantica che più romantica non si può ecco le Seychelles o le Mauritius. Mentre chi vuole trascorrere una vacanza trendy deve recarsi a New York dalla quale si fa rotta per Miami e poi per le spiagge della Repubblica Dominicana. E allora auguri e….buon viaggio di nozze.
postato da Lina Sartoria alle 21:00 Comment (0) | Trackback (0)
02 agosto 2005 Il velo da sposa
Fonte: - iosposa.it -
Continuando a consigliare utili articoli legati all'abito da sposa, ti introduciamo un accessorio per l'abito da sposa da non sottovalutare.
01. Quale velo scegliere? 02. Come sapere che dimensioni deve avere?
Ecco cosa consiglia questo sito.
01. Quale velo scegliere?
All'americana, a manto o con un bordo particolare: si può portare in diversi modi, ma dona sempre un tocco di romanticismo all'abito.
Il velo da sposa dà sicuramente un tocco romantico all'abito, al quale deve essere intonato. La regola generale da seguire è quella del 'contrario': se il vestito è in pizzo, il velo non lo sarà e viceversa per non appesantire l'insieme.
La scelta più solenne è quella del "velo all'americana", più corto davanti che dietro, cela il volto della sposa. Sarà lui a sollevarlo nel momento dell'incontro davanti all'altare. Più semplice quello portato "a manto", appoggiato sul capo, in questo caso si avrà cura di sceglierne uno dal bordo particolare: fiori, nastro in raso, cristalli.
Un'altra soluzione è quella del velo a "triangolo", appuntato con un pettinino ai capelli raccolti, è composto da più strati che creano volume: una soluzione di sicuro effetto.
02. Come sapere che dimensioni deve avere?
La sua misura deve tenere conto dell'ampiezza dell'abito: Sciolto, con il tulle che scende fino alle spalle, crea morbidi drappeggi.
# Al gomito, è corto e formato da uno strato unico o doppio di tulle da puntare sul capo. Da cappella, indicato per un abito elaborato, lungo oltre due metri e settanta, quindi adatto a cerimonie molto importanti.
# A cascata, dal velo puntato sul capo che scende con due o tre balze.
# A scialle, ideale per completare un abito senza spalline (l'effetto è quello di una mantellina sulle spalle e di un lungo velo sulla schiena).
Attenzione ai capelli, occorre provare prima la pettinatura con il velo per non avere brutte sorprese.
"La terra" di Marcello Tucci, 2003
Prologo
Ingredienti: zucchero, lecitina di soia, olio, cioccolato 10%, conservante, colorante e aromi naturali. Sembra di leggere la formazione della squadra che dovrà scendere in campo, ma è soltanto una delle tante liste dei prodotti che stiamo acquistando. E' cambiato il modo per noi tutti di fare la spesa, le notizie che in questi giorni ci arrivano dai telegiornali non ci rassicurano più. Giorno dopo giorno l'angoscia ed il panico ci assale, la carne che mangiamo proviene da allevamenti a base di mangimi tossici, stesso possiamo dire delle altre cose di cui ci nutriamo. Aggiungiamoci che un giorno sì ed uno pure disastri ambientali minano il nostro pianeta: piogge acide, stagioni diverse da quella di qualche anno fa, luoghi prima incontaminati, che vedevamo nei migliori documentari scientifici, sono prede d'aggressione umane con continue deforestazioni o perdite di greggio fuoriuscito da navi obsolete che ancora solcano i mari. E' questo il futuro che volevamo? E' questo il futuro che ci avevano promesso? Come facciamo a spiegare ai nostri figli che non c'è più limite all'egoismo umano e che il valore che più s'impone è lo sfruttamento, il denaro, il profitto ad ogni costo? Da tempo riflessioni come queste si erano fatte largo nella mia testa, il disagio di vivere in città cresceva ogni giorno in me. Un disagio fatto di fuggevoli incontri in città, troppo presi da altre cose invece di godersi un angolo per sé in compagnia di amici. Ho aperto la finestra e gettato uno sguardo oltre la cortina dei palazzi circostanti, con il naso cercavo un odore di terra lontana, il desiderio di andare in campagna per ricominciare una nuova vita è esploso prepotente. Uscire da questi schemi, dal modo di vivere in città sembrava ora un dovere morale, un dovere verso me stesso. Disobbedire ai ritmi frenetici per cercare un nuovo me stesso con altre cadenze, sembrava questa la vera trasgressione verso tutto. Non avevo nessuna intenzione di continuare a vivere in un luogo che non mi apparteneva. Volevo una vita diversa da quella dei miei genitori: una vita di lavoro per restare intrappolato dentro un palazzo, tra mille palazzi, imprigionato dietro una finestra. Dal chiasso delle strade di Roma sono fuggito, lasciandomi alle spalle il clamore che più non mi si confaceva. L'ho lasciato per questa campagna che si stiracchia la mattina da sotto la nebbia delle valli. So di non aver lasciato solo il caos cittadino, ma un modo di vivere fatto di convenzioni e nevrosi. Ho avuto orrore di me, il terrore di rimanere impigliato alla solita routine, alla propria vanità. La paura di rimanere imbambolato davanti alle sirene del potere, programmando le giornate future per giorni di gloria e di successo. Facendo mestiere dei bisogni della gente, facendo commercio delle loro speranze. Per questa ragione ho liberato un sogno, imprigionato da tempo come un uccello dai mille colori in una gabbia dorata.
Ricordo benissimo la prima volta che mi recai al piccolo pezzo di terra che acquistai insieme alla casa di campagna. L'emozione cresceva in me, mano a mano che m'avvicinavo, nel percorrere la stradina che dalla casa portava al piccolo appezzamento. Pareva di recarmi ad un appuntamento con una persona desiderata; il mio cuore era felicemente disposto all'abbraccio, già le mani si allungavano nel gesto, gli occhi sorridevano cercando di scrutarlo a distanza. Fin da quando ero più piccolo restavo affascinato, davanti alla televisione, nel guardare il lavoro di donne e uomini intenti a coltivare la terra e a pascolare gli animali della fattoria. Quest'immagine s'impossessò della mia mente, sussultava il cuore. Ogni volta che incontravo ampi spazi coltivati, quando ci recavamo nelle domeniche fuori porta, nella mia fantasia affiorava la stampa a colori, oramai sbiadita, di un celebre dipinto di Giovanni Fattori che mia nonna conservava tra le sue cose più care. La stampa rappresentava un uomo ed una donna in primo piano, i visi scuriti dal sole, la fatica posata sulle loro mani. Erano ritratti in un attimo di riposo, forse rivolti a rimirare il lavoro appena svolto, forse concentrati in una preghiera di buon auspicio per il raccolto futuro. I loro piedi, calzati con sandali di corda legati fino intorno al polpaccio, erano ben piantati sulla terra bruna, smossa dall'aratro tirato con buoi che in secondo piano si stagliavano nella linea dell'orizzonte. Il colore principale del quadro era il marrone con tutte le sue sfumature tendenti al bruno, denunciava la fatica, ma non vi era sofferenza, semmai la promessa di un buon raccolto, dopo un impegno così profondo. La terra con il suo colore scuro, grasso, così simile a quello delle loro mani, sembrava volere esaudire la preghiera dei due contadini, ricambiando il loro sudore ed impegno. Ora so con certezza che il mio amore per la campagna, per gli spazi verdi, per la terra lavorata e smossa per essere coltivata, proviene da quel quadro, giunto a me attraverso una stampa a colori! Mia nonna, forse in memoria della sua terra natia di Calabria, la conservava come una reliquia ed ogni tanto mi permetteva di rigirarmela tra le mani. Quell'immagine ho inseguito fin da bambino, ignaro che un giorno avrei potuto ripetere quei gesti resi eterni dal pennello del Fattori. Sono nato in città, per anni ne ho assunto le movenze frettolose e distratte, ma ho avuto la fortuna di recarmi spesso nella campagna romana e ciociara per quelle che si chiamano nella mia città 'gite fuori porta'. Le gite erano la scusa, per noi romani, di abbandonare una volta la settimana la Roma rumorosa di tutti i giorni. Erano lunghe passeggiate nei paesini dei Castelli Romani per approdare affamati alle trattorie a conduzione familiare. Qui gli adulti, accaldati e bagnati di sudore oramai disabituati alle camminate, si sedevano ai tavoli apparecchiati con grandi fogli di carta bianca e dura aspettando che i piatti locali fossero loro serviti. Per noi più piccoli incominciava la vera avventura. Si correva fuori per i campi dove il grano ondeggiava la sua testa bionda al vento. Rincorrevamo gli animali dell'aia, ed era quasi il caos tra lo starnazzare delle oche ed i nostri gridolini di gioia. Giravamo per le stalle, infilavamo fili d'erba nelle gabbie dei conigli che sembravano gradire la tenera verdura che masticavano veloci. Ci faceva ridere il maiale, sporco di terra fino al muso cui dopo pranzo ritornavamo con le bucce dei cocomeri che raccoglievamo dai piatti un po' di tutti. I proprietari della trattoria ci lasciavano fare, pazienti e comprensivi, raccomandandosi solo di non calpestare il campo di grano alle spalle della cascina. Alla sera ritornavamo a casa stanchi ed appagati, pronti per altri giorni cittadini. Nel quartiere dove abitavo tutto questo non c'era, ma lo stesso ricercavo nei prati periferici l'identica poesia. Roma allora non era avara di verde, sebbene sembrasse crescere a dismisura con i palazzi che toglievano spazio ai numerosi prati, conservava in un angolo, ogni volta da scoprire, l'incanto degli alberi e dell'erba da calpestare. Dalla finestra della mia camera di bimbo saliva allora prepotente un concerto di grilli e cicale. Nella periferia di allora resistevano sporadiche case rurali, assediate tutto intorno dallo sviluppo irrefrenabile dell'edilizia popolare. Dietro quelle case, memorie viventi di una campagna scacciata ai limiti, affioravano testardi orticelli recintati con filo spinato. Era una tenera resistenza, un coraggioso atto di guerra e per me una testimonianza necessaria. Gli anni a venire videro un'espansione esplosiva e totale di palazzi, strade, centri commerciali; i prati spelacchiati si assottigliavano fino al Quadraro e agli altri quartieri vicini, ridotti a discariche improvvisate. Roma, la generosa, ha cercato di limitare i danni, recintando verde, addomesticandolo per parchi pubblici e ville. Io ero già altrove con la testa, puntavo il naso fuori città, la rinascita mi ha portato a sud nella campagna ciociara, mèta un tempo delle numerose gitarelle in famiglia. Sapevo con certezza di recarmi ad un appuntamento con l'amica di un tempo, sicuro che l'avrei ritrovata e che mi avrebbe aspettato.
I miei piedi avanzavano velocemente per conto loro, erano frettolosi d'arrivare all'incontro, i miei occhi si posavano su ogni albero che ombreggiava la stradina e che mi avrebbe condotto al desiderato convegno. Scrutavo da lontano per scoprire in anticipo l'oggetto della mia visita. Lei era là, assopita nel sole crudele d'agosto, era la mia terra, la terra tanto desiderata. Era spaccata dal caldo torrido, crepata e segnata nella sua superficie argillosa: un duro suolo incolto da anni. Su lei era ormai cresciuto di tutto, rovi altissimi sembravano soffocarla, l'erba era alta e dura al passaggio, i miei passi croccavano su di essa. Conoscevo questa natura selvatica, nei prati periferici del mio quartiere di città, questa scena era abituale. Là la natura si era raccolta in sé, si difendeva offrendo il suo volto peggiore, un aspetto spinoso, rugoso e aggressivo, rancorosa per essere stata segregata e divisa nella sua estensione. L'ho amata da subito, sotto la sua apparenza riottosa saliva il suo odore dolciastro. Vi ho passeggiato per qualche minuto percorrendola per tutta la sua lunghezza. Di qua si alzavano cascate di rovi da dove si affacciavano piccole more impolverate da una terra biancastra, là, disordinatamente, crescevano ciliegi e prugni nati spontaneamente da alberi più antichi piantati dai vecchi proprietari. Sul terreno si allungavano desolati i rami rampicanti delle viti alla ricerca di un sostegno che coronasse la loro aspirazione verticale. Un tempo vi sorgeva una vigna, altre vicine se ne vedono baciate dal sole, rinfrescate da un venticello proveniente dai monti tutti intorno che nel pomeriggio ne carezza le fronde. Non mi sentii per nulla intimorito da tanto abbandono, avrei voluto all'istante mettere un po' d'ordine, armonizzandola con le vigne e gli orti vicini. Mille progetti si affollavano alla mente, mille ricordi mi tenevano compagnia. Quello che più desideravo era renderle giustizia dopo tanta incuria, rivestirla di colori e profumi mantenendo alcuni degli alberi più vecchi per il rifugio degli uccelli che qui già avevano fatto dimora. Avrei rimosso in profondità la crosta dura e ribelle, far affiorare in superficie il suo umore bruno e generoso, l'avrei fatto con gli attrezzi manuali per non usare troppa violenza. Avrei così ripetuto i gesti antichi dei contadini del Fattori, dove penetrare e rimuovere la terra era anche un atto d'amore. Avrei mischiato il nutrimento del letame con la frescura dell'acqua, rendendola di nuovo fertile facendo emergere la sua femminilità generatrice di vita. Un ultimo sguardo d'insieme per abbracciarla tutta prima di ritornare alviottolo verso casa, rimandare ai giorni futuri il lavoro per la sua e la mia rinascita.
Dagli alberi più malconci ho iniziato l'opera di pulizia del terreno invaso da tanta sterpaglia. Da decenni vi è cresciuto di tutto. Piante con spine, rovi avvolgenti, con le loro spire a reclamare uno spazio tutto per sé, erba dura con le sue foglie taglienti, arbusti fitti a soffocare la terra imbiancata e non più baciata dal sole. Qui la natura, in quest'angolo in disparte, si presentava nella sua caparbietà, qui ogni pianta lottava con le altre, si contendeva lo spazio con le proprie armi. Ogni pianta cresceva a ridosso delle altre, l'edera saliva sui tronchi più alti, nutrendosi di essi, la folta chioma di questi gettava un'ombra scura e fitta che impediva lo sviluppo alle restanti. Avevo preso la decisione che portava nella direzione di far penetrare la luce che tutto rinnova. Fu un lavoro lungo di forbici e falcetto, un ammassare di stoppie tagliate da bruciare quando secche. L'accetta fece il lavoro di sgombero, con l'aiuto di una sega ad arco, gli alberi più vecchi uno ad uno se n'andavano lasciando a mano a mano penetrare l'aria e i raggi del sole. Una luce nuova già filtrava e il vento fresco, che dai monti di fronte si levava, svolse il compito rigenerante e necessario. Tutto intorno, ad intervalli regolari, restavano gli alberi da frutta a mo' di cornice. Erano i ciliegi, i prugni, con i loro frutti che già facevano capolino tra le foglie di un verde lucente, gli alberi prescelti a testimoniare il passato di quel terreno lavorato in anni ormai andati. Li avrei curati con i giorni a venire perché il tempo cura da anni ogni male del mondo. Con la falce dal punto più lontano, passo dopo passo a ritroso, l'erba dura e maligna tagliavo e con il rastrello ammonticchiavo al centro per farne concime secco da spargere sbriciolato sulla terra che chiedeva solo d'essere nutrita. Solo dopo che un prato rasato sarebbe rimasto avrei preso a rimuovere la cresta spaccata del terreno argilloso. Una volta circoscritto lo spazio delle canne da bambù in un'area circolare lo spettacolo era quello di una lunga fetta di campo arieggiato, spelacchiato in molti punti come un campetto di calcio di periferia. Era così simile a quello del tempo dell'infanzia, quanto di più nostro per i giochi di bimbi, il praticello dove rincorrere palloni da infilare in porte di fortuna fatte con sassi o le magliette arrotolate. I primi giorni li ho passati ad una pulizia profonda, raccogliendo pietre, cercando il suo respiro, prima di piantare la penna della vanga nella sua superficie indurita. Quest'attrezzo fu un regalo di una cara signora, che dalla terra sapeva trarne sostegno e doni, con il suo badile lentamente a penetrare in profondità fino a sentirne la frescura e liberarne l'anima. Metro dopo metro andavo giù con l'attrezzo donato, prima per la sua larghezza e poi per la lunghezza. La scura terra affiorava all'aria, dove lentamente si asciugava, il sudore si mischiava ad essa mentre procedevo al lento rivoltamento. L'anemico colore arretrava sempre più ed una distesa di zolle scure mi riempiva il cuore. Di quelle n'avrei fatte terra fine scassandole con la zappa e pettinata, come per giorni di festa, con i denti del rastrello. Il campo prendeva forma, luce, aria ed in seguito l'acqua delle piogge che mi venivano in soccorso. Con la punta dell'arnese tracciai solchi paralleli, un pentagramma scuro da riempire con le note delle piantine da mettere a dimora. Poi venne il giorno della stalletta per gli animali della minuscola fattoria: la posizione centrale sembrava l'ideale. Per galline, anatre, polli uno spazio recintato tutto per loro dove sgambettare. Il loro starnazzare era il sottofondo ideale ad accompagnare un lavoro lungo e faticoso. Dalla mia terra ho imparato il respiro lento del mondo, la lentezza dei gesti, la ricerca profonda dei tesori. Penetrando nella sua profondità, rimuovendo l'apparenza arrivai alla linfa vitale, ai tesori, alla frescura, al bruno colore della vita. Così è anche per gli uomini induriti dal tempo, ingannati dagli amori, imprigionati dagli obblighi: fermandoci con loro un momento ed anche più arriviamo a conoscere le loro storie più nascoste, gelosamente custodite. Dopo averne scostato la maschera ne scopriamo il sorriso di un tempo, stracciando in seguito il velo degli anni ne scopriamo i gesti istintivi e spontanei, ed è un piacere dividere con loro le ore sincere dei giorni e delle notti. È un ritrovarsi, un rincontrarsi di nuovo unici e senza orpelli, felici di ammassare cose inutili, lasciandole per proprio conto passare, come le stoppie da seccare e poi bruciare.
A te vengo, a te ritorno ad impastarti con le mani, lasciandoti scorrere tra le dita. Terra secca imbiancata, sfarinata dal sole, per troppo tempo dimenticata. Mischio in te nutrimento ed acqua a dissetarti, ci scambiamo i profumi. Per giorni e giorni, settimane e mesi un lavorio continuo per farti ritornare a vita nuova. E' un sussulto dell'anima quello con cui tu mi ripaghi, un sobbalzo del cuore il dono che mi fai. In te mi rigenero e ritrovo un movimento nuovo nei miei gesti, una lentezza che sale dal tuo interno che si trasmette al mio corpo e si diffonde nelle mie movenze. Nel corso degli anni l'aspetto del piccolo appezzamento era via via cambiato, le asperità del terreno erano addolcite dall'uso della vanga che ne ha modellato l'aspetto. La geometria delle piante, che si alternavano nel corso delle stagioni, ne ha armonizzato il paesaggio, integrandolo alle vigne e agli orti vicini. Qui ho passato le mie ore migliori, anche quando la vita sembrava volermi schiacciare; qui ho trovato il mio centro dove raccordarmi con le cose essenziali. Con il tempo che passava molta campagna intorno perdeva il suo aspetto contadino, più di cinque vigne ho visto tagliare e molti orti da non rifare. L'abbandono della terra coincide con la frenesia di correre dietro a cose inutili, gettandosi nel caos quotidiano che tiene occupati i sensi ormai affamati e mai sazi di rumore e luci colorate. I pochi che incontro con gli attrezzi in spalla sono eroi di un tempo andato, sono loro che ancora sanno assegnare un nome alle piante e agli uccelli che vi svolazzano attorno. Ti raccontano delle feste ai tempi per la raccolta del fieno, da conservare per gli animali chiusi in stalla per l'inverno. Ti narrano emozionati d'altri giorni solenni, come per la raccolta del grano, dei bicchieri di vino e il pane da tagliare da scambiarsi dopo il lavoro, per la frescura di un'ombra così guadagnata. I loro racconti se ne volano via, non più trattenuti come un tempo per essere di nuovo narrati, sono storie di fatiche e di lavoro, sono racconti di famiglie legate al doppio filo della campagna.
Qui il silenzio ha una casa, e tutti i suoi suoni sono la sua unica voce: il crepitio dei rami ed il vento che ne culla le chiome, gli uccelli con i loro canti, le loro battaglie e i loro amori. Bisogna abbracciarla tutta in un solo sguardo ed esserne parte al tempo stesso. Un attimo unico ed irrepetibile eppure eterno. A te son venuto, a te sono ritornato, come nei miei sogni di bimbo, felice di avermi aspettato.
© Marcello Tucci
Sandalo, che passione Ilaria Oriente
Sandali che evocano immagini di dee, di schiave, di guerriere. Fortemente sensuali, sono tornati i lacci alle caviglie.
(09-06-2005) Cosa esiste di più ‘sexy, perverso e delizioso’ di un paio di sandali con lacci alle caviglie? Secondo la storica della moda Anne Hollander ‘un laccio alla caviglia presenta il piede come una bella schiava’. Un ‘ossessione seduttiva, la caviglia stringata, porta alla mente atmosfere soavemente bondage evocando dolci torture, ma anche immagini di dee dell’antico Olimpo. Femminilità di donne schiave e romantiche, ma in qualche modo guerriere. Sandali del passato che tornano con tutta la loro carica di sensualità. I signori del lusso e dell’eleganza hanno spezzato qualsiasi indugio, le calzature hot dell’estate, siano esse alte o rasoterra, sono legate da un filo conduttore: il laccio alla caviglia.
Toni orientaleggianti con caviglie strette da catene gioiello sono quelli preferiti da Giorgio Armani, i fratelli Rossetti, ma anche Canotti e Maliparmi. Frida Giannini per Gucci, ha proposto stiletti da brivido con allacciature macramè alla caviglia, Guido Pasquali su una linea più estrema ha impreziosito sandali in vernice con tante piccole fibbie dorate. Le caviglie, secondo Iceberg, Michel Perry e Gianmarco Lorenzi, sono sempre stringate ma con larghi nastri foulard. Borbonese, Strenesse e Hèrmes invece riportano alla riscossa le espadrilles dopo anni di assenza.
Originariamente calzature povere in corda e tela, le espadrilles venivano indossate dai marinai spagnoli e portoghesi, perr fare poi il loro ingresso ufficiale nella moda negli anni Cinquanta del Novecento. Naturalmente le super classiche restano quelle raso terra, le più trendy sono provviste di lacci che si arrampicano sulla caviglia. Cosa dire? Marilyn Monroe sarebbe felicissima di questo ritorno ‘alla schiava’, lei che si divertiva a rubare le scarpe dagli studios cinematografici ha raccontato ‘ non sono riuscita a resistere a un paio di sandali con nastro alla caviglia che si annodava come un fiocco: erano le scarpe più sexy che avessi mai visto’.
Un’opinione, questa, non universalmente condivisa secondo Valerie Steel autrice di Fetish. Moda, sesso e potere. Riporta infatti il parere di Geneviève Antoine Dariaux che, negli anni Sessanta, giudicava il laccio alla caviglia cheap e antiestetico. Per questa estate, dunque, un tocco di feticismo della caviglia, dal potere fortemente seduttivo e dal capitale erotico molto accentuato. Foulard, catenelle, strisce sottili di cuoio… tutto è ammesso per uno stile da schiava dolcemente sensuale.
Moda Positano
Moda Positano
Il grande John Ruskin, pittore inglese dell'Ottocento caposcuola del movimento "Arts and Craft", tracciò nel suo diario di viaggio in Italia una fitta serie di brevi, densissimi appunti. Il 7 marzo 1847 sosta a Positano - annotava: "Folle di contadini vanno su e giù per la valle - belli nei lineamenti e nell'ossatura - impudenti, comunque e le donne sfacciate. Una ragazza sorridente di quattordici o quindici anni, il più fine viso che io abbia visto in Italia - una perfetta ninfa del mare. Abito peculiare: un fazzoletto obliquo sul petto, vivace nel colore, corsetto aperto, sottane corte e grandi sandali ai piedi." L'artista si meravigliò dunque del fatto che da queste parti le donne non camminassero con gli occhi a terra, che sorridessero ai forestieri, che, alla pari degli uomini di qui, avessero quella allure sicura e sfacciata, da gente di mare abituata alle incursioni piratesche, ad affrontare le tempeste della natura e dell'esistenza guardando dritti davanti a sé. I corsetti slacciati, le gonne corte delle ragazze più che significare indecenza indicavano una semplicità di vita in sintonia col caldo ambiente mediterraneo; e se a fine Ottocento Alan Walters si scandalizzava un po' ad osservare le madri che allattavano in pubblico i loro marmocchi, negli anni Cinquanta del nostro secolo il turismo di massa stravolse completamente la funzione e l'immagine dei luoghi: se precedentemente l'"alta stagione" era considerata quella invernale, quando viaggiatori nordici affollavano gli alberghi per trarre beneficio dal clima marino contro i malanni presi nei rigidi e cupi paesi d'origine, e si evitava il solleone troppo violento dell'estate, che si pensava facesse male alla testa, in tempi moderni si prende a rivalutare "la spiaggia": non più luogo dei pescatori che riparano le reti e armano le loro barche per le uscite a mare, ma nuova sede per socializzare, spogliarsi (degli abiti e dei tabù), cambiare pelle (con l'abbronzatura) e personalità, fare sport acquatici e mostrarsi pronti alle avventure erotiche. Positano con le sue splendide spiagge (quella grande e quella del Fornillo) ha rappresentato egregiamente queste caratteristiche, senza violenza, tutto come in un gioco ironico, solare, divertente. I "giovani leoni" degli anni Cinquanta qui diventano "leoni al sole" (dal titolo del film di Vittorio Caprioli), passando dalle notti di via Veneto a Roma alle immersioni nel cristallino mare de Li Galli, mentre esotici hippies, pittori, musicisti, mistici costituiscono una colorata comunità di habitués. La moda positanese nacque dunque per soddisfare le esigenze di ambedue i gruppi: i "vacanzieri" dorati e stravaganti e i sofisticati outsiders. Inizialmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, costumi, copricostumi e altri indumenti per il mare proponevano coloratissime fantasie d'ispirazione hawaiana: poi negli anni Settanta furono le garze in tinta unita a dettare la moda. Una comunità di artigiani si infittiva e produceva a ritmo continuo, inverno ed estate, per i clienti che tornavano sempre più spesso a rifarsi il guardaroba per le vacanze. Prezzi stracciati, velocità d'esecuzione e l'uso del puro cotone fecero la fortuna dei sarti di qui, tra cui primeggiava "Maria Lampo", così detta perché nella sua boutique riuscì a fare in un'ora un paio di pantaloni ad un turista americano che la ribattezzo subito: da allora la sua boutique è la più celebre del posto. Alle garze colorate degli anni Sessanta si sono sostituiti di nuovo i tessuti di tela o rasatello in fantasie policrome, anche perché l'abuso dei coloranti in polvere (il famoso Superiride) da parte degli artigiani che coloravano i tessuti in enormi pentoloni prima di tagliare i modelli, provocò un pericoloso inquinamento marino, là dove gli scarichi affluivano sotto costa. Ora la moda-Positano non indica più trasgressione, hippismo, dolce vita, ma semplicità sportiva e amore per l'ambiente: piante mediterranee sono riprodotte sui pattern esclusivi dei modelli, limoni, aranci, fiori e foglie in luminosissime fantasie che servono ad esaltare l'abbronzatura. E i celebri calzolai, che assieme a quelli di Capri e Sorrento confezionavano le scarpe ai divi del cinema, continuano a fabbricare sandali su misura, nei modelli inconfondibili: "ragno", "fratino", infradito, assieme a zoccoli di legno o sughero e comodissime ciabatte di tela con suola di corda, copiate e rilanciate industrialmente dagli spagnoli ma mai eguagliate.
Moda estate: espadrilles che passione!
Sono comodissime per camminare in spiaggia sulla sabbia, ma c'è anche chi le indossa sotto l'abito da sposa. Le espadrilles, i comodissimi sandali di corda nati nei paesi baschi, quest'anno fanno furore anche nelle sfilate d'alta moda
Con la zeppa di sughero e i lacci multicolori, le fantasie sono tantissime
Un modello couture Pucci
Sono ideali per camminare in spiaggia sulla sabbia, ma c'è anche chi le indossa sotto l'abito da sposa. Le espadrilles, i comodissimi sandali di corda nati nei paesi baschi, quest'anno fanno furore anche nelle sfilate d'alta moda (si sono visti da Emanuel Ungaro, Jean-Paul Gaultier ma anche Sonia Rykiel). In tempo di saldi, i modelli affollano poi anche le vetrine di Roma, dove si trovano in plastica traforata (Pazza Venezia, piazza Venezia), o con i lacci di seta multicolore ad avvolgere il polpaccio (Totem, Campo Marzio). I prezzi? Accessibilissimi: dai 20 euro ai 50. Non di più. E per chi ama coniugare fashion e vintage, perché non chiedere alla mamma? I sandali ultracomodi andavano molto di moda anche negli anni '70. Per chi volesse farsi un'idea dei modelli più cool, il suggerimento è invece di andare direttamente sui siti web dei produttori locali: come Vallespir Sandales , l'azienda catalana rilevata dall' italiano Rinaldo Muscolino (si chiamerà Vallespir Pied Leger) o quello dell'azienda Garcia, che ha vestito Winston Churchill e Hassan II.
Sa.Re. 13/01/2006 - Vento di Sardegna 12/01/2006 - Trofeo Patti Gandini 2006 Swan 53 Alinghi vince a Trapani e il Campionato Louis Vuitton 2005 LA DERIVA PER INIZIARE rganizzare un Giro d'Italia a Vela non è semplice anche se guardando indietro se ne vedono ben diciassette in fila. Torna a navigare. L' Associazione nasce dall'esperienza maturata dopo anni di immersioni in tutti i mari del mondo,ed ha sede nel Castello dell' Incoronata (N 45°16'40.6 - E 010°38'39.7) a Cerlongo di Goito ITALIA.
I nostri corsi PADI Erogatori GAV Muta semistagna Muta stagna Computer Bussola Insegnamento di "TEORIA, TECNICA E DIDATTICA DEGLI SPORT NAUTICI" - Giornata di formazione di vela Vuoi avvicinarti al kite ma sei titubante perché non hai nessuna esperienza di sport a vela? Fai già qualche bordo ma vuoi migliorare? Hai fretta di lanciarti nei salti? APOLLONIA - IL DIARIO DI BORDO DELLA PAURA SONO NATO DUE VOLTE POLENE OLTRE L'ORIZZONTE
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