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Denis Diderot

la teoria dell'illuminista sul teatro a Lampedusa

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Archivio Storico Lampedusa

UNA GRANDE STORIA PER UNA PICCOLA ISOLA

«AH! Amici miei, se andassimo finalmente a Lampedusa, a fondare una piccola comunità di gente felice in mezzo al mare, lontano dalla terra!».
Così scriveva, già a metà del settecento, il filosofo ed enciclopedista, considerato tra i più grandi intellettuali dell’Illuminismo francese, Denis Diderot. Ma cosa aveva di tanto affascinante questo piccolo “hortus conclusus” nel centro del “Mare di Mezzo”?

Misteriose tracce, lentamente sedimentate, svelano, pian piano, i passi di tutte le antiche civiltà del nostro passato. Appartengono a civiltà megalitiche, cananee, fenice, egizie, greche, cartaginesi e poi romane, e cominciano a svelare una storia ricca di miti, leggende e un ruolo particolare delle Pelagie.

Così, inaspettatamente, intuiamo che la storia di Lampedusa è una delle più affascinanti e ancora inesplorate del Mediterraneo.
Isola sacra e profana, “Locus amoenus” di incontro e di scontro tra uomini diversi, isola incantata e poi martoriata.

Dapprima la devastazione della colonia romana ad opera dei Vandali di Genserico, il frequente massacro dei suoi abitanti, i continui scontri tra Cristiani e Musulmani, il naufragio della flotta di Carlo V con i suoi mille morti, la deportazione di ladri e vagabondi del Regno di Napoli, la peste del 1784, il confino politico, le degradazioni della seconda guerra mondiale e recentemente la tragedia dell’ultimo 3 ottobre con la morte di oltre 300 migranti alla ricerca della felicità. Sono solo alcuni degli avvenimenti che hanno impresso un segno indelebile di dolore e di sofferenza su quest’isola a cui non resta che difendersi.

Isola che in epoca greca aveva una sua moneta per rimarcare la sua identità, Zeus signore dell’Olimpo da un lato e la raffigurazione di un tonno, simbolo di religiosità, dall’altro. “Lampezia” era il porto sicuro in cui ripararsi dalle tempeste, un luogo abitato da una nutrita e variegata comunità che viveva dei frutti della natura e di commercio, seppellendo i propri cari e i viaggiatori sfortunati avendone molta cura, presso una estesa e pre-esistente necropoli collocata sotto gran parte dell’attuale centro abitato.

Si fermò, al ritorno dalla settima Crociata, il re di Francia Luigi IX e frequenti erano le visite dei Cavalieri di Malta. Con la nascita della nuova colonia borbonica nel 1843, ben due volte, il re di Napoli, Ferdinando II, volle visitare l’isola per seguirne personalmente lo sviluppo. Papa Francesco proprio dal suolo di Lampedusa ha voluto, inaspettatamente, dare nuovo inizio al Suo viaggio pastorale.

Luogo emblematico è sempre stato il Vallone di Cala Madonna.
In epoca fenicia esisteva un santuario dedicato alla dea Tanit, protettrice anche dei naviganti, i quali deponevano degli ex-voto. Grotte votive, tombe puniche e fenicie testimoniano la sacralità di questo luogo. Il Vallone fu quindi scelto quale eremitaggio islamico intorno al 900 d.C. e infine luogo di culto cristiano, per diventare nei secoli successivi meta di pellegrinaggio mariano dedicato alla Madonna di Porto Salvo.
Si racconta, tra l’altro, che in questo luogo risiedeva un eremita il quale aveva diviso una grotta scavata nella roccia: la prima parte era destinata ai musulmani e la parte più interna, ai cristiani. L’eremita si accomodava a venerare la Mezzaluna o la Croce, secondo la diversa religione di chi ci approdava. E’ probabile che questo fosse stata utilizzata anche come luogo di scambio di bottini e di schiavi, una sorta di porto-franco e al tempo stesso una “area” di convivenza tra civiltà e religioni diverse.

Scrive Massimo Carlotto nel suo libro Cristiani di Allah: “Lampedusa era stata scelta perché era considerata zona franca sia dai musulmani che dai cristiani. Si poteva gettare l’ancora in una delle numerose cale e rifornirsi di acqua e di legna senza timore di essere aggrediti. Poteva capitare di incontrare legni nemici, ma ognuno faceva quello che voleva senza mettere mano alle armi. Nessuno aveva mai saputo spiegarmi quando e per quale motivo fosse stato preso questo tacito accordo tra avversari che solo qualche miglio al largo si sarebbero scannati senza pietà. Ma la cosa che consideravo più straordinaria era l’esistenza di una grotta, dedicata dai cattolici alla Madonna, dove era sepolto anche un marabutto turco. E dove gli oggetti e i simboli delle religioni si confondevano e tutti lasciavano in segno di carità un po’ di cibo per i naufraghi e i pescatori sfortunati. E anche per gli schiavi che riuscivano a liberarsi dalle catene e che, in fuga verso oriente o occidente, si fermavano qualche giorno a riprendere fiato. Nessuno poteva fare loro del male o catturarli, Lampedusa era zona franca anche per loro”.

L’’Ariosto, nell’Orlando Furioso, descrive questo luogo e racconta dell’eremita che proprio qui convertì al cristianesimo e battezzò re Ruggero, prima di fede pagana.

Del passato del nostro arcipelago conosciamo ben poco. Assenza di studi approfonditi e ricerche archeologiche, hanno accompagnato la nostra ignoranza. Molto del patrimonio storico-archeologico è andato distrutto. Oggi però piccole tracce riemergono da un lontano passato e riscopriamo il suo fascino spingendoci ad amare e rispettare questo lembo Paradiso di cui abbiamo la responsabilità di custodirlo e migliorarlo.

la Via sinergica, biodiversità, Il "Damu" di Lampedusa e la Xenia













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Le quattro regole guida:
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L’orto sinergico si può definire come un “non orto” dove la mano dell’uomo è ridotta al suo minimo.
E’ un luogo dove:
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ciascun essere vivente e non vivente liberamente crea scambi sinergici nel proprio ecosistema dove la pazienza e il tempo ricamano i disegni dei prossimi frutti della terra dove la biodiversità è la regina della scena!
L'agricoltura sinergica è un metodo di coltivazione elaborato dall'agricoltrice spagnola Emilia Hazelip. Si basa sul principio, ampiamente dimostrato dai più aggiornati studi microbiologici, che, mentre la terra fa crescere le piante, le piante creano suolo fertile attraverso i propri "essudati radicali", i residui organici che lasciano, e la loro attività chimica, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi.
1) Nessuna lavorazione del suolo
Assenza d'aratura, zappatura o di qualsiasi altro tipo di disturbo del suolo in modo da poter lasciare il naturale decorso per processo di formazione del nuovo suolo con una struttura inalterata inoltre si evita perdita di CO2. Il suolo si mantiene, si lavora e si struttura da solo proprio come in natura ad esempio in un sottobosco! Inoltre con l’aiuto di lombrichi, dell’attività dei microorganismi e degli insetti e non ultima la penetrazione delle radici nel terreno il terreno acquista fertilità e si crea la struttura tessutale migliore.
2) Non compattare il suolo
Fukuoka fa notare che in natura le piante vivono e crescono insieme, le radici delle erbe penetrano a fondo nel terreno smuovendolo e facendo entrare aria. Quando le erbe concludono il loro ciclo vitale, forniscono l'humus che permette ai microrganismi della biosfera di svilupparsi arricchendo e fertilizzando il terreno; e il tutto avviene da sé senza interventi dell’uomo (agricoltura del non fare)
3) Nessuna concimazione chimica
La fertilizzazione avviene in modo continuo nel suolo tramite una copertura organica permanente detta pacciamatura: materiale di recupero o di riciclo paglia, rametti, carta non tossica, foglie morte. Così il terreno inerbito e/o pacciamato:
Le quattro regole guida:
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Trattiene acqua e sostanze nel terreno Regola propagazione erbe spontanee Regola l’umidità e la temperatura Non dilava mantenendo fertilità e protezione da piogge battenti
Coltivare “biodiversità”
Piantare e seminare insieme almeno tre specie (famiglie) diverse di piante. (Vengono consigliate leguminose e liliacee). Coltivazione di specie annuali in associazione a colture complementari, con l'integrazione d'alberi azoto-fissatori.

L’idea ruota attorno ad una semplice “struttura” polifunzionale molto resistente, realizzata in bambù per poi essere “vestita” e “rivestita” all’occasione e all’utilizzo.

La necessità principale è quella di fornire un pratico elemento, a bassissimo costo di realizzo, che possa essere serra, vivaio, deposito, laboratorio e luogo accogliente al tempo stesso. E non solo.

Le caratteristiche progettuali, inoltre, la rendono adattabile a qualsiasi condizione ambientale e rispettosa dell’armonia che è sempre presente in Natura.

Dal latino “collígere”, raccogliere.

Raccogliere presso di sé; quindi Ricevere con una dimostrazione di affetto;

Il concetto della Xenia, già illustrato precedentemente, si dovrebbe estendere quindi a tutto ciò che consideriamo “accoglienza” o, in alternativa, definirli “campi (dei) profughi”, baraccopoli o “centri di prima accoglienza”…

Nomad Green Project propone la sua candidatura tra le idee possibili.

Accogliere chi “migra” sotto una tenda dove il “vivaio” stesso si trasformi in luogo di incontro e condivisione. Una “casa” comune dove si collabora affinché il “tempo” passi in armonia, pensando a chi, dopo di noi, arriverà e troverà il terreno ben preparato e una Natura amica.